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'Il Mio Viaggio nel Coaching: Una Passione che Si Trasforma' di Giovanna Ferrua

17/1/2026

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Non pensavo che diventare un coach fosse possibile per me. Ma oggi, dopo aver iniziato questo corso, mi rendo conto che la passione per aiutare gli altri a crescere sta prendendo forma in un modo che non avrei mai immaginato.

Anche se non credo che il coaching sarà mai il mio lavoro a tempo pieno, è una parte fondamentale di un sogno più grande: diventare counselor. Voglio imparare come ascoltare meglio, come comprendere profondamente le emozioni degli altri, e come poterli aiutare a superare le difficoltà. Il coaching mi sta dando gli strumenti giusti per farlo, ma è solo l'inizio del mio percorso verso una carriera che mi permetterà di fare davvero la differenza nella vita degli altri.

Ogni lezione mi sta insegnando non solo tecniche di coaching, ma anche la consapevolezza che per aiutare gli altri, bisogna prima conoscere se stessi. Questo corso sta cambiando la mia visione su cosa significa davvero essere d'aiuto: non si tratta di dare risposte, ma di porre domande che spingano gli altri a riflettere, a esplorare le proprie emozioni e a trovare le proprie soluzioni.
​
La mia passione non è solo per il coaching, ma per essere un supporto reale e profondo per chi cerca un cambiamento. E mentre il coaching mi sta aprendo gli occhi su tutto questo, il mio obiettivo finale è diventare un counselor che possa accompagnare le persone in momenti più delicati e trasformativi della loro vita.
Quindi, sì, questo è solo l'inizio del mio viaggio. Se anche tu senti che aiutare gli altri è la tua passione, ti dico: ogni passo conta, e questo percorso sta cambiando più di quanto potessi immaginare. 
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'Tornare a Casa dentro di Sé ' di Alice Rizzato

17/1/2026

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​Ti sei mai chiesto chi sei davvero? Chi sei al di là dei ruoli che ricopri ogni giorno o delle maschere che indossi?
“Chi sei tu? Cosa sei tu?”

Questa è la domanda che nel famoso romanzo del 1865 di Lewis Carroll il Brucaliffo pone ad Alice, è un racconto che mi ha sempre accompagnata nel corso della mia vita perché io e la protagonista abbiamo molte cose in comune oltre che condividere lo stesso nome.
Questo interrogativo innesca in Alice una riflessione sulla propria identità, forse perché fino a quel momento non se lo era mai realmente chiesto. Alice si è persa in un mondo che non conosce in cui è in balia delle sue emozioni e non si riconosce più.
La scoperta di sé stessi è una strada lunga, che richiede tempo, pazienza e coraggio: un percorso di esplorazione delle proprie paure, pensieri e comportamenti.
Le nostre vite sono spesso piene di distrazioni. Tra notifiche, impegni e social, può capitare di sentirsi scollegati da ciò che davvero conta. In quei momenti, chiedersi chi siamo non è solo un esercizio filosofico: è un modo per rimettere ordine nella nostra quotidianità, come spolverare una scrivania piena di fogli sparsi. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa. Oggi, però, è facile sentirsi soli anche in mezzo agli altri. Molti di noi mostrano solo ciò che appare “accettabile” sui social, curando la propria immagine digitale, mentre nella vita reale spesso ci sentiamo invisibili o isolati. Così rischiamo di perdere il contatto con chi siamo davvero, concentrandoci più su come appariamo che su come ci sentiamo.
Essere consapevoli è un traguardo necessario per la crescita personale: questo viaggio ci permette di identificare i nostri valori, i nostri punti di forza e le nostre debolezze e, soprattutto, di amarci e apprezzarci per ciò che siamo realmente, ponendoci obiettivi più concreti.
 
Ma come si fa a capire chi siamo davvero?
Facendo ciò che fa un buon coach o counselor: ponendoci delle domande. Piccole domande quotidiane:
Cosa mi rende felice? Cosa mi appassiona? Cosa mi fa sentire bene? Quali sono i miei valori? Chi sono le persone che voglio al mio fianco?
Lo so, non è facile guardarsi allo specchio e affrontare le risposte a queste domande. A volte è difficile essere sinceri con sé stessi, mettere da parte la vocina giudicante, il bambino ferito o tutte le mille voci che abitano la nostra mente, ma non è impossibile.
Bastano anche solo cinque minuti al giorno. Possiamo tenere un diario e annotare le risposte per poi rileggerle con calma e rifletterci oppure dedicare questo tempo alla meditazione.
Non serve trovare subito una soluzione: l’importante è allenare la consapevolezza di sé, giorno dopo giorno. Ogni domanda diventa così un piccolo seme, pronto a crescere e nutrire il proprio “giardino interiore”.
Il Brucaliffo, ponendo quella domanda, sapeva infatti che Alice aveva già dentro di sé tutte le risorse necessarie per affrontare quel viaggio. E forse è proprio questo il segreto: il vero Paese delle Meraviglie non è un luogo da raggiungere, ma uno spazio interiore da riconoscere, nel momento esatto in cui scegliamo di essere davvero noi stessi.
Prova a porti questa domanda oggi: Chi sono io davvero quando nessuno mi guarda?
Osserva le tue sensazioni, i pensieri, quello che emerge dal profondo del tuo cuore.
È un piccolo gesto, un passo concreto per il tuo Paese delle Meraviglie.
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'Feedback e Geometria' di Marina Collautti

17/1/2026

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​Avete mai pensato come ci si possa sentire all’interno di un cubo, dalle pareti trasparenti e luminose? Che cosa riusciremmo a vedere? Ne coglieremmo la sua interezza? Il suo bagliore probabilmente ci incuriosirebbe e saremmo portati a girare su di noi, cogliendo lato per lato, gli angoli dall’interno, alzeremmo la testa per ammirare il lato superiore, ci guarderemmo i piedi per cogliere la trasparenza della parete di appoggio.

Tutto bello, interessante ma … non riusciremmo a coglierne la visione d’assieme e, di conseguenza, la sua bellezza o anche quegli aspetti costruiti in modo meno perfetto.

E troveremmo assolutamente ovvio che sia così, perché “da dentro” non si riesce a vedere interamente ciò che invece risulta evidente “da fuori”.

Possiamo dire, banalmente – ma forse non proprio banalmente – che sia per una questione di “geometria” o, più precisamente, di “prospettiva”.
E allora, potremmo uscire dal cubo e, cogliendo le opportunità dei giochi prospettici, girargli attorno, allontanarci o avvinarci a piacere per coglierne meglio le caratteristiche: uno specifico solido con 6 facce quadrate, 12 spigoli, 8 vertici e con tutte le dimensioni di lunghezza, larghezza e altezza uguali.

Vi dice nulla tutto questo?
Non è forse ciò che accade col feedback? 

Da soli non riusciamo a cogliere tutto ciò che siamo: imbrigliati dentro a noi stessi, facciamo fatica a vedere tanto i nostri punti forti quanto le nostre aree di miglioramento. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi da fuori, del contributo degli altri che da diversi punti di vista ci aiutino a comprendere come siamo percepiti, come appariamo se guardati da prospettive diverse. In poche parole, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere tutti i nostri lati, angoli, spigoli e dimensioni.
​
Ecco perché quando si parla di feedback si parla di un grande dono, da accogliere come un’opportunità per conoscerci meglio: un dono da parte di qualcuno che ha scelto di non tacere, ma di mostrarci quelle che prima erano nostre zone inaccessibile, nostre aree cieche.
Un punto di partenza imprescindibile per rafforzare la nostra consapevolezza e migliorarci, per giungere così ad una maggior trasparenza e autenticità nella relazione con noi stessi in primis, e anche con gli altri
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'Silenzi, Sorrisi e Armonia' di Marina Collautti

10/1/2026

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Fine anni ’80.
Ore di pullman tra strade dissestate da Quito a Lago Agrio per raggiungere un piccolissimo aeroporto dove ci aspetta un vecchio velivolo: un biplano per tre passeggeri, oltre al pilota. Un rumore assordante mentre sorvoliamo la foresta amazzonica dell’Ecuador. Sotto di noi, una vegetazione fitta e lussureggiante: un mare verde intenso che all’orizzonte si fonde nell’azzurro limpido di un cielo luminoso dove non c’è spazio per nubi, se non per quella piccola scia che ci lasciamo dietro…, ma solo per pochi istanti, finché non scompare. 

Dall’alto si scorge uno spiazzo erboso nel cuore della foresta: l’aereo si avvicina, rallenta, scende, tocca terra saltellando sul prato, finché si ferma.
Il rombo del motore riempie l’aria, un rumore assordante, e le eliche continuano a girare, muovendo l’aria sui nostri volti, mentre scendiamo. Poi, all’improvviso, il motore si spegne e finalmente … silenzio. 

Un silenzio così profondo da sembrare irreale. 

Ma è solo per pochi istanti perchè… da lontano… si leva una melodia.
Arriva lieve, dolce e pura. Si fonde con la foresta, con l’aria, con la luce. Vibra in frequenza perfetta con la natura. 

Lasciamo lo spiazzo e imbocchiamo un accenno di sentiero stretto stretto, aperto di recente tra la vegetazione fitta. 
La melodia si fa più vicina, un canto prende forma, mentre sullo sfondo si cominciano a distinguere delle masse scure, sembrano tante sfere nere una accanto all’altra.

Mi avvicino. Metto a fuoco: sono bambini!  Bimbi indios che vivono nella missione di Padre Juanco. Bambini e bambine, uno accanto all’altro, con lo stesso taglio di capelli, un caschetto nero, fitto, lucido. Camminano compatti, accompagnati dal loro canto angelico, mentre si avvicinano alla chiesa della missione: una grande capanna di paglia.

È un’immagine di pura armonia.
L’uomo e la natura che non si oppongono, ma si riconoscono. Un equilibrio perfetto, una musica senza stonature.
​

Mi avvicino, mi guardano stupiti e mi regalano un sorriso: un sorriso di un bianco luminoso, che arriva diretto al cuore. Lo accolgo. Lo ricambio, mentre la mia anima ringrazia l’Universo.

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'Non possiamo sempre fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore' di Giovanna Ferrua

7/1/2026

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A volte, nel dare senza aspettarsi nulla in cambio, si trova la più grande ricchezza. Il volontariato non è solo un gesto di aiuto, ma un atto di amore puro, che lega le persone in un filo invisibile di solidarietà. È un abbraccio che va oltre le parole, una luce che brilla nei luoghi più bui. Ogni piccolo gesto, ogni sorriso che scivola tra le mani di chi ne ha bisogno, è un atto di bellezza che si manifesta nei cuori di chi lo riceve e di chi lo offre.

Spesso, quando pensiamo al volontariato, lo associamo a un sacrificio, a una rinuncia. Ma in realtà, è tutto il contrario. Ogni momento speso ad aiutare gli altri è un dono che arricchisce l'anima, una rivelazione del nostro essere più profondo. In quei momenti, ci scopriamo più umani, più veri, più connessi a ciò che davvero conta. Non è tanto ciò che facciamo, ma come lo facciamo, che rende tutto speciale: con il cuore, con la passione, con quella volontà di migliorare la vita di chi ci sta accanto, anche solo per un istante.

Ogni ora passata a fianco di chi soffre è un investimento nel futuro di un mondo più giusto, dove la gentilezza è la moneta più preziosa. Quando doni il tuo tempo, non fai solo un favore, ma semini una carezza che crescerà in un fiore di gratitudine e affetto, capace di colorare anche i giorni più grigi. E quel fiore non smette mai di crescere: diventa parte di te, del tuo cammino, della tua evoluzione come persona.

Nel volontariato non esistono grandi o piccoli gesti, solo cuori che battono all’unisono per un obiettivo comune: migliorare il mondo, anche solo per una persona alla volta. E in questo cammino, scopriamo che chi dà è anche chi riceve, che ogni sorriso che regaliamo ci arricchisce, che ogni mano che tendiamo non fa altro che allungare il nostro spirito.

Il volontariato è una danza silenziosa, una melodia che unisce le vite e che non ha bisogno di parole. È una carezza che sa di speranza, una promessa di un domani migliore, che nasce oggi, grazie all’impegno di chi decide di esserci.
E mentre siamo impegnati a fare del bene, spesso non ci rendiamo conto di quanto questo bene ritorni a noi, trasfigurato in un senso di appartenenza, di connessione, di gratitudine per tutto ciò che abbiamo. È in quei momenti che comprendiamo che la vera ricchezza non sta nelle cose che accumuliamo, ma nelle relazioni che costruiamo, nei legami che creiamo con gli altri, nella forza che nasce dalla nostra comune umanità.
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In fondo, ciò che rende il volontariato così speciale è proprio questo: non si tratta solo di aiutare chi ha bisogno, ma di riscoprire noi stessi nel volto di chi ci sta accanto, di dare senza paura, di donare senza egoismo. È la bellezza di sapere che, anche nei giorni più difficili, esiste sempre un modo per rendere il mondo un posto migliore, un gesto alla volta.
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'Una grazia ricevuta' di Mauro Ortelli

7/1/2026

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Sono le sei e mezzo, ancora non è l’alba. Esco nel buio, in maglietta e pantaloncini corti, senza cellulare e senza chiavi, per la camminata veloce che dovrebbe mantenermi in salute e in forma. Attornia il parco un rettangolo di pista ciclo-pedonale, io mi mantengo nella parte meno trafficata, lungo una stradina residenziale e lungo il muro della ferrovia. Pochissime persone a quell’ora, chi porta il cane a fare un giro prima che incominci la giornata, chi approfitta come me di questo tempo per una blanda attività fisica.
Una presenza che non avevo mai incontrato turba la mia serenità: un camioncino del netturbino corre di fretta lungo la pista ciclo-pedonale, per fare il giro dei cestini da svuotare. È un veicolo elettrico, fa poco rumore e non avverte che sta arrivando da dietro. Percepisco il fruscio e la fioca luce del fanale. Mi fermo, lo lascio passare con le mani sui fianchi, spazientito.
Questa scena si ripete un’altra mattina, nel tratto di pista che corre a fianco della via residenziale. Ma perché non sta sulla strada? Perché non segnala mentre si avvicina alle persone? Stavolta non resisto, con il braccio mi parte il gesto di mandarlo a quel paese.
Il netturbino va a svuotare il cestino che è all’inizio della strada, poi torna indietro, rallenta quando è a me vicino ed incomincia a protestare: che cosa ho fatto perché tu mi mandi affanculo?
Rilevo che non è di origine italiana, probabilmente nordafricano, ma parla italiano senza grandi stenti. Mentre attraversano la mia testa pensieri come “ma adesso mi darà un pugno?”, “che coraggio però fermarsi a protestare mentre gli italiani normalmente non lo fanno”, intanto mi metto ad argomentare con lui che non dovrebbe percorrere la pista ciclo-pedonale, che potrebbe stare sulla strada, che dovrebbe segnalare mentre si avvicina. E intanto lui continua a protestare, che sta lavorando, che raccoglie dai cestini la merda dei cani. Sì, certo, dico io, un lavoro importante da cui non possiamo prescindere, però non si può andare così in mezzo alle persone… eccetera. Una specie di dialogo fra sordi.
Ma i corpi non sono sordi, almeno il mio non lo è.
Concludo la mia camminata e torno a casa. Il mio animo è in subbuglio per l’esperienza fatta, ho il corpo sudato ma anche fremente per il nervoso. Contemporaneamente, però, sono invaso da un senso di gratitudine e di ammirazione per quella persona. Non riesco a sentirla nemica. Non ha evitato il confronto, non è passato alle maniere forti, non ha troncato la conversazione in malo modo. La vivo come se mi fosse stata concessa la grazia di non sentire odio per lui, anzi un desiderio di rivederlo e di salutarlo. Pur rimanendo saldo nelle mie convinzioni… tant’è.
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'Un’ultima danza d’amore' di Stefano Martalo

7/1/2026

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Una foglia che si stacca dal ramo in autunno è solo una foglia che cade adagiandosi ai piedi di un albero? O racconta qualcosa di più?

Da giorni si affaccia timidamente nei miei pensieri l’immagine di una foglia bellissima, con le nervature ormai troppo evidenti e le lamine incise di chi ha vissuto stagioni intense. Non saprei dire da dove emerge questa immagine, se spinta dall’odore umido della nebbia della pianura, dal profumo secco delle mattine di inverno o tramite colori ed emozioni di ricordi lontani. Penso a questa foglia ingiallita dal tempo, per stagioni intere danzante con venti provenienti da direzioni diverse, differenti anche nel nome. Danze talvolta sfumate e altre volte rabbiose, sempre solidamente aggrappata al ramo della pianta alla quale ha dedicato tutto il proprio ciclo vitale. D’altronde è proprio così, la foglia prende vita, cresce ed esiste per dedicarsi alla pianta in un amore indissolubile, reciproco e assoluto. Non esistono altre strade, non esistono alternative... fino all’ultima danza.

E così non vedo solo una foglia che cade. Mi affascina pensare alla sua ultima danza d’amore, quando nulla è più possibile. Si lascia andare nel vuoto, per la prima volta in un dondolio cullato da quel vento presente solo per lei, in un movimento nostalgico di chi saluta e accoglie, una malinconia dolce fatta di giravolte supreme, accelerazioni e improvvisi rallentamenti quasi a voler assaporare questa ennesima espressione di sé stessa, mentre quel ramo si allontana a poco a poco senza rimpianti, fino a un ultimo inchino di gratitudine ai piedi di quella pianta in un reciproco saluto.
​
Rifletto su quanto possiamo imparare da quella foglia che vediamo rinsecchita ai piedi di un albero, che fugacemente raccogliamo da terra in cambio del sorriso gentile di un figlio, di un nipote o di un nonno. Possiamo imparare a danzare con coraggio nel vento, dedicarci a chi vogliamo bene con autenticità, a mostrare gentilezza verso chi ci è di fronte, a vivere con fiducia affinchè anche l’ultima danza rappresenti per noi la più intima espressione di noi stessi, in una vita vissuta con radici forti e solide, che possa essere seme per nuove piante e nuove danze.
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'Non Perdere la Pazienza' di Simona Bertoletti

7/1/2026

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“Ogni potere umano è composto da tempo e pazienza “ Honoré Balzac

​Nel mondo frenetico di oggi dove il tempo è tiranno e lo stress sovrasta la maggior parte degli
individui,perdere la pazienza è una reazione frequente nella vita quotidiana di ognuno di noi.
Riscoprire e dare valore alla pazienza come forza attiva e strategia per gestire lo
stress,migliorare le relazioni,promuovere benessere,attraverso l’ascolto,la costanza e la capacità
di accettare il tempo e la complessità delle situazioni e della persona è importante .

COS’E’ LA PAZIENZA?
Il termine pazienza deriva da “Patiens”colui che sopporta, ma questo non significa passività,ma
significa agire con saggezza dopo aver valutato la situazione rimandando così una reazione
immediata e impulsiva.

COSA SUCCEDE NEL NOSTRO CERVELLO?
Il nostro cervello,entra in modalità di risposta allo stress e alla sopravvivenza .Le reazioni sono
guidate da sistemi di allarme che portano a risposte non ragionate quindi impulsive. Questo
perchè il nostro cervello di fronte ad una minaccia, attiva la risposta di lotta o fuga rilasciando gli ormoni dello stress così ci si sente sopraffatti e agiamo d’impulso.

PERCHE’ PERDIAMO LA PAZIENZA?
Vari sono i fattori che ci portano a perdere la pazienza :
  • Stress
  • Stanchezza
  • Esperienze del proprio vissuto infantile
  • Comportamenti specifici dei figli
  • Sensazione di non essere ascoltati
  • Mancanza di tempo per prendersi cura di se stessi.

DOVE CERCARE LE CAUSE
Le cause della perdita di pazienza vanno cercate dentro di noi perché il comportamento viene
influenzato dalle nostre abitudini,dal contesto in cui viviamo e dal nostro stile di vita. Riflettere
sulle cause del perché perdiamo la pazienza richiede del tempo,ma in meno tempo possiamo
riflettere sul nostro stato emotivo, questo può aiutare a prendere coscienza delle proprie
emozioni evitando rapporti conflittuali.
La pazienza non è un fattore innato essa può essere allenata per gestire al meglio le nostre
reazioni.

COME SI MANIFESTA E ALLENA
Nelle relazioni – Ascoltare ,rispettare i tempi altrui e accettare l’altro per com’è,non per come
vorremmo che fosse
Negli obiettivi – Costanza nelle azioni pur sapendo che i risultati arriveranno
Allenamento – Si può sviluppare con la consapevolezza ,gestendo le emozioni e imparando a
godersi il percorso.

COSA FARE?
1) Chiedersi e riflettere sul perché siamo nervosi
2) Limitare la presenza di episodi che mi fanno perdere la pazienza
3) Trasformare i pensieri in pensieri costruttivi
4) Imparare a delegare
5) Non usare toni o parole che risultino aggressive e minacciose.
6) Dedicare del tempo a noi stessi e ai nostri bisogni

La pazienza inizia da una autoconsapevolezza e accettazione dei propri limiti e di quelli altrui.

“Abbi pazienza in tutte le cose, ma prima di tutto abbi pazienza con te stesso”(San
Francesco di Sales)

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'Decluttering: quando fare ordine fuori diventa un atto di cura verso sé stessi' di Daria Belmonte

14/12/2025

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Negli ultimi anni ho scoperto che fare ordine non è solo una pratica domestica, ma un vero percorso di crescita personale. Ho letto libri sul minimalismo ho esplorato il Vastu, lo “yoga dell’abitare”, una tradizione indiana che ha ispirato anche il Feng Shui. Tutte queste strade mi hanno portata a una verità semplice: vivere in uno spazio in cui l’energia scorre cambia profondamente il modo in cui ci sentiamo.
 
Quando parlo di ordine non intendo la casa perfetta da copertina, fredda e impersonale. Anzi. Penso a un ambiente vissuto, caldo, che racconta chi siamo… ma libero dal superfluo. È un po’ come la skincare: eliminiamo tossine, lasciamo andare ciò che non serve più, e facciamo spazio a ciò che nutre davvero.
Il decluttering funziona allo stesso modo: ci libera dall’energia stagnante e ci permette di tornare a respirare.
 
In tutto questo percorso un mantra mi accompagna: Less is more. Una frase che spesso viene fraintesa: non significa vivere in modo dimesso o rinunciatario, ma essere profondamente grati di ciò che abbiamo, senza rincorrere oggetti, stimoli o soluzioni che non ci servono davvero. Molto spesso possediamo già tutto ciò che ci è utile — solo che è nascosto sotto cumuli di cose, di emozioni o di pensieri che non ci rappresentano più.
Ecco perché il decluttering diventa così importante: ci aiuta a riportare alla luce ciò che conta davvero.
 
In fondo la casa è un tempio — proprio come il corpo — e prendercene cura significa prenderci cura di noi. Non a caso, nel Buddhismo mettere ordine è considerato una forma di meditazione: riordinare una stanza o anche solo un cassetto ci riporta nel qui e ora, ci allena a scegliere cosa trattenere e cosa lasciar andare. È una pratica quotidiana, proprio come ci si allena in palestra: l’ordine richiede gentilezza, costanza e ascolto.
 
E poi succede qualcosa di inatteso:
quando la casa respira, respiriamo anche noi.
Lo spazio si alleggerisce, la mente si chiarisce, le energie ricominciano a muoversi.
Fare ordine fuori diventa un modo semplice e potente per fare ordine dentro, ritrovare motivazione e dare forma nuova alla nostra vita. 
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'Identità e Cambiamenti' di Luca Botter

10/12/2025

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Molto spesso le persone si identificano in un ruolo.  A livello lavorativo, affettivo, familiare. 
Questo può creare difficoltà pesanti nel momento in cui vicissitudini della vita spingono  al cambiamento immediato.

Qualche anno fa le vicissitudini di vita mi hanno portato a rimanere senza lavoro per alcuni mesi. Durante la ricerca di un' occupazione mi sono imbattuto in una forte crisi di identità. Dopo 18 anni di lavoro come commerciale venditore dicevo "Sono un venditore e quindi devo farmi assumere con quel ruolo" ma stranamente ogni tentativo di ricerca seguendo quel ruolo lavorativo falliva. Mi arrivavano offerte di lavoro per ruoli completamente diversi che in alcuni casi  ritenevo mi facessero fare passi indietro rispetto al mio curriculum facendone quasi una questione di immagine o di coerenza.

Arrivato allo stremo, ho iniziato a cambiare prospettiva. Anziché proseguire con questa identificazione nel ruolo di venditore, ho cominciato a pensare che se stava succedendo tutto ciò, un motivo evolutivo c'era sicuramente.
Mi sono trovato a dover essere sincero con me stesso per arrivare alla conclusione che non volevo più fare il venditore. 
​
Ho accettato con serenità il cambiamento e in seguito ho trovato un lavoro che, nonostante sia molto diverso rispetto a quelli fatti in passato, mi permette di vivere sereno.
La cosa sorprendente è che ho smesso di identificarmi in un ruolo lavorativo e questo mi permette di vedere oltre studiando per prepararmi ad ulteriori cambiamenti. Quindi...
Viva la vita e viva il cambiamento!!! 
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'Il coaching che non cercavo, ma di cui avevo bisogno' di Luisa Librano

10/12/2025

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Non stavo cercando il coaching.
A dire il vero, non sapevo nemmeno esattamente cosa fosse. Pensavo fosse qualcosa di lontano da me, una pratica per manager o sportivi, o l’ennesimo metodo motivazionale del momento.
E invece, con il tempo, ho scoperto che era molto di più e soprattutto, che parlava proprio a me.
Come mi sono avvicinata al coaching
Fin da sempre ho avuto una naturale propensione ad aiutare gli altri.
Sono quella persona a cui gli amici raccontano i loro problemi, che sa ascoltare, che cerca di trovare le parole giuste quando servono. Mi è sempre venuto spontaneo.
In particolare La psicologia in generale mi ha sempre affascinata — il modo in cui la mente umana funziona, le emozioni, le relazioni, i comportamenti — ma la mia strada di studi è stata tutt’altra.
Infatti, avevo scelto un percorso di studi turistici: amavo viaggiare e sognavo di trasformare quella passione in un lavoro. Ero convinta che quella fosse la mia strada, il modo perfetto per unire curiosità, scoperta e contatto con le persone.
Per un periodo lo è stato davvero. Ma, con il tempo, ho iniziato a sentire che mancava qualcosa: quella dimensione più profonda di ascolto, di connessione, di crescita interiore che da sempre mi apparteneva.
Per anni ho pensato che quella parte di me quella che si emozionava ascoltando gli altri e cercava di capirli  sarebbe rimasta solo una passione.
Poi, quasi per caso, ho incontrato il coaching.
Un giorno un’amica  mi raccontò la sua esperienza con una coach. Mi colpì il modo in cui ne parlava: non con entusiasmo superficiale, ma con serenità, come se avesse finalmente trovato un equilibrio.
Così mi sono informata, ho letto, ho partecipato a un incontro di presentazione… e qualcosa dentro di me si è accesa.

Alla ricerca di una formazione autentica
Più mi addentravo in questo mondo, più sentivo che dovevo saperne di più.
Non mi bastava leggere o ascoltare esperienze: volevo capire a fondo cos’è davvero il coaching, come funziona, quali strumenti utilizza e, soprattutto, quale percorso formativo serio ci fosse dietro.

Così ho iniziato a cercare scuole di coaching, o per lo meno corsi riconosciuti, che potessero offrirmi una base solida e professionale, ma ahimè in zona nessuna mi ispirava fiducia.
Ed è stato proprio in quel momento che il caso (o forse il destino)  ha fatto la sua parte.

L’incontro che ha cambiato tutto
Un giorno, scorrendo Instagram, mi è apparso un post che parlava di un istituto che offriva un corso di coaching e counseling. Mi ha incuriosita, così ho deciso di approfondire.
Da lì sono stata subito messa in contatto con Lorenzo Manfredini, che fin dal primo momento si è mostrato gentile, disponibile e molto umano.
Da quella prima conversazione ho capito che avevo trovato il posto giusto.
Oggi sono felice di far parte di Up Step Consapevole: un ambiente accogliente, stimolante e autentico, dove ho conosciuto persone squisite, con cui mi sono sentita subito a mio agio anche seguendo a distanza.
È bello sentirsi parte di una realtà che non solo forma, ma accompagna, ascolta e valorizza.

Il coaching che non ti cambia, ma ti rivela
Quando ho iniziato il mio percorso, non cercavo una trasformazione radicale.
Cercavo chiarezza, direzione, autenticità.
E il coaching mi ha dato proprio questo: non una nuova “me”, ma la possibilità di tornare a sentirmi allineata con chi sono davvero.
​
Ho scoperto che non serve “avere un problema” per iniziare un percorso di coaching.
Serve solo il desiderio di conoscersi meglio, di ascoltarsi, di smettere di vivere in automatico.
Oggi so che il coaching è arrivato nel momento giusto, anche se allora non lo stavo cercando.
È diventato il ponte tra ciò che avevo studiato e ciò che avevo sempre sentito dentro di me.
Mi ha permesso di connettere logica e sensibilità, pensiero e intuizione, mente e cuore.
Il coaching che non cercavo si è rivelato proprio quello di cui avevo bisogno:
un modo per continuare ad aiutare gli altri  ma partendo, finalmente, da me.
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'ITL PROJECT: un progetto a prova di donna' di Luisa Librano

10/12/2025

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Ci sono momenti nella vita in cui scopriamo qualità dentro di noi che non sospettavamo nemmeno di possedere. Per me, è stato quando ho iniziato ad aiutare altre donne in difficoltà. All’inizio erano piccoli gesti: ascolto, incoraggiamento, presenza. Ma piano piano ho capito che questo era un vero e proprio dono, una capacità di far sentire l’altra meno sola e più forte.

Da questa consapevolezza è nato ITL PROJECT – un progetto a prova di donna, insieme al mio istruttore di Krav Maga e a un’altra allieva. L’idea è semplice, ma potente: creare uno spazio dove le donne possano crescere personalmente, imparare a difendersi e sviluppare fiducia in se stesse, sia fisica che emotiva.

Ricordo ancora i primi momenti in cui abbiamo iniziato a condividere la nostra visione. Ogni conversazione, ogni brainstorming, era un passo verso qualcosa di più grande: un percorso in cui la sicurezza e l’empowerment diventano concreti, accessibili e trasformativi.

ITL PROJECT non è solo un corso o una serie di lezioni: è un viaggio di crescita e consapevolezza, pensato per rafforzare la resilienza, la fiducia e la capacità di affrontare le sfide della vita con coraggio. Ogni donna che partecipa porta con sé energia, emozioni e desiderio di migliorare, e insieme costruiamo una comunità di supporto, rispetto e ispirazione reciproca.
​
Anche se il progetto è ancora in fase di realizzazione, sentiamo già l’entusiasmo e la forza di ciò che stiamo creando. Ogni passo conferma che mettere a servizio degli altri le qualità che scopriamo in noi stessi può trasformare la vita, sia nostra che di chi ci circonda.
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'La scoperta di un dono che non sapevo di avere: la radioestesia' di Luisa Librano

10/12/2025

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Ci sono incontri che sembrano casuali, ma che in realtà arrivano nel momento perfetto. È così che ho scoperto la radioestesia, quasi per caso, mentre scorrevo distrattamente le pagine di TikTok. Tra tanti video, mi sono imbattuta in una ragazza che parlava di energie e di lettura della data di nascita. Mi ha colpito subito la sua luce, la calma con cui spiegava, e così ho deciso di fermarmi ad ascoltare.
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Durante quella diretta, ha iniziato a utilizzare un pendolo per misurare i chakra. Lì, davanti a me, ho sentito qualcosa risuonare nel profondo. Era come se una parte di me si fosse riconosciuta in ciò che stava accadendo. Non era semplice curiosità era un richiamo sottile, qualcosa che mi spingeva a scoprire di più.

Da quel giorno ho iniziato a studiare, a provare, a lasciarmi guidare dall’intuito. E lentamente ho compreso che il pendolo non è solo uno strumento, ma un ponte tra il visibile e l’invisibile, un mezzo attraverso cui la nostra energia comunica con l’energia universale.

Oggi lo utilizzo per misurare i chakra e percepire le energie che mi circondano. Ogni volta che lo prendo tra le mani, sento un senso di connessione profonda, come se il mondo attorno a me si facesse più silenzioso per lasciarmi ascoltare ciò che non si vede. È un dialogo silenzioso fatto di vibrazioni, intuizioni e ascolto.

La radioestesia mi ha insegnato che tutto è energia, e che ognuno di noi ha la capacità di percepirla se solo si apre con fiducia e rispetto. Non serve “credere” in qualcosa di straordinario: serve solo ricordare chi siamo davvero, esseri sensibili immersi in un universo vivo e pulsante.

Scoprire questo dono è stato come ritrovare una parte dimenticata di me. Ora so che non è un caso se quel video è apparso proprio quel giorno. Forse era il mio momento per risvegliarmi a una consapevolezza più grande, per imparare ad ascoltare le vibrazioni dell’anima e dell’universo.

E così, ogni volta che il pendolo si muove, so che non è solo un movimento fisico: è la mia energia che danza con la vita.
La radioestesia mi ha insegnato che la vera connessione non nasce fuori di noi, ma dentro. Tutto ciò che cerchiamo risposte, equilibrio, armonia è già presente nel nostro campo energetico, in attesa di essere riconosciuto.

Quando impariamo ad ascoltare, a fidarci del nostro sentire, la vita ci parla in mille modi: attraverso i segni, le vibrazioni, gli incontri “casuali”.
Il pendolo è solo un simbolo di questa comunicazione profonda, un invito a riscoprire la nostra sensibilità energetica e a camminare con più consapevolezza.
​
Perché i veri doni dell’anima non si cercano: si ricordano. 
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'Namastè' di Luca Giardini

8/12/2025

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Come meta del mio primo viaggio intercontinentale la vita mi ha presentato un luogo magico a modo suo: il Nepal. Ho deciso di partire insieme ad un medico, un’infermiera, un avvocato e un grafico, con l’obiettivo di riscoprirmi attraverso gli occhi e la cultura di un popolo che da oggi mi sarà indelebile. Non è stato un viaggio semplice, abbiamo scelto di vivere a stretto contatto con la comunità in ogni sua sfaccettatura e questo ci ha messo davanti a situazioni uniche.

​Questo è un promemoria per me e per chi volesse intraprendere un’esperienza del genere; sette “strumenti” utili da mettere in valigia per vivere un’avventura di questo tipo al meglio.
1. curiosità: fatti attrarre da tutto quello che non conosci. Ogni gesto, ogni cibo, ogni persona, ogni usanza, ogni stranezza che ti sembra pazzia racchiude un “perché” che ti arricchirà.
2. coraggio: la sera prima di partire ho pianto, un po’ per paura di lasciare la mia routine anche se per pochi giorni e un po’ perché non sapevo a cosa sarei andato incontro. Nei momenti di difficoltà (e ce ne sono stati) una dose di sano coraggio ha fatto comodo. Trema pure davanti agli ostacoli, ma buttatici dentro con entusiasmo perché ne varrà la pena.
3. occhi: ricordati sempre di dare importanza agli sguardi. Ho incontrato occhi che hanno raccontato anni di esistenza in un irripetibile istante, creando una connessione che non si è limitata ad un rapido cenno con il capo.
4. silenzio: ho riscoperto la magnifica forza racchiusa nei momenti di silenzio, altre parole sarebbero superflue…
5. natura: riconnettiti con la natura e con il mondo animale, facciamo parte di un ecosistema che abbiamo scordato per colpa della frenesia della vita moderna. Il profumo di un fiore, il vento che solletica la faccia, gli animali visti solo nei documentari: sono tutti tasselli del percorso verso la riscoperta di sé.
6. tempo: prenditi il tempo di vivere la giornata. Siamo abituati alla fretta, al dover primeggiare sempre sugli altri per essere considerati di valore, mentre la vera felicità sta davvero nelle piccole cose: una colazione in compagnia senza il cellulare, perdersi nelle vie di una città infinita, partite a carte interminabili tra una risata e l’altra. 
7. il tuo “perché”: fermati e ricordati perché lo stai facendo. Ognuno ha il suo “perché”, sta a noi dargli il giusto significato e valore. Quando la stanchezza farà da padrona o quando perderai l’entusiasmo, respira e domandati perché stai vivendo quel preciso momento
8. namastè: è uno dei modi più educati ed eleganti per salutare un’altra persona. Il termine deriva dal sanscrito antico e significa “mi inchino alla divinità che è in te”. Dai importanza ad ogni incontro, unisci le mani ad altezza del cuore e fatti trascinare in profondità dalla spiritualità del contatto che si crea.

Lo zaino è pronto, non ti resta che partire.  Buon viaggio, buona vita
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'La Griglia del Benessere' di Nancy Baston

23/11/2025

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Ho ideato una griglia, in ogni riquadro scrivo attività pratiche della giornata, progetti settimanali, mensili o annuali. In questa griglia per il mio benessere, il tempo dei doveri: lavoro, famiglia, gestione della casa…ha lo stesso spazio di quello per i desideri, bisogni, sogni. In una società ideale, una necessità reale.
Il tempo oggi è diventato un lusso: l’epoca odierna si è permessa di far entrare in questo spazio sacro i suoi diktat e le sue mode. La vana gloria, frutto della velocità e del multitasking si è trasformata in una prigione nel “senza tempo”.
Eppure, anche in natura esiste la tregua. Succede nella savana: animali feroci e prede si ritrovano a bere dalla stessa pozza, in una sorta di vigile tregua per la sopravvivenza, per poi riprendere la selezione naturale. Qui nella zona civilizzata del pianeta io mi sono sentita per molti anni come un criceto che correva nella ruota, dove ogni piolo era un dovere e il fine corsa, arrivava puntualmente in ritardo! Temo che in questa nuova giungla urbana non basterà essere il più forte per sopravvivere!
​
Il DESTINO
Con un tocco di magia possiamo mettere le ali e … volare! A chi non è mai capitato di spiccare il volo in sogno! E dunque ci trasformiamo in farfalle, cavalli alati, fate o folletti, magici unicorni! I ragazzi d’oggi devono poter spiccare il volo come insegna mamma Aquila ai suoi cuccioli: li spinge giù da quel dirupo! Perché la vera salvezza è là, nel vuoto tra le nuvole. Per destino molto spesso si intende qualcosa di irraggiungibile, addirittura qualcosa che dipende da una chi sa quale entità lontana, ma il destino non è domani, è oggi! Sono gli S.T.E.P. di ieri, quelli di stamattina sono i passi di domani, siano essi decisi, impetuosi oppure timidi, misurati graduali. Il destino è Spazio, Tempo, Energia Persona, è un viaggio verso la consapevolezza. Il destino è una scelta di coraggio, di fede in quel vuoto apparente e nell’ignoto, è quel primo passo per il quale si è disposti a perdere l’equilibrio, il destino è il salto nel buio di menti stravaganti ma è anche la scelta ponderata di persone semplici e concrete.
Per raggiungerlo serve un allenamento all’ascolto, profondo abbastanza da arrivare sino al centro del petto, perché ancora prima delle orecchie a sentire è il cuore. Il cuore al giorno d’oggi non è più in grado di ascoltare il suo ritmo naturale, perché inaridito dall’egoismo, sostantivo divenuto la base di molte scelte dell’umanità; complici la mancanza di: tempo per la riflessione, desiderio di approfondire le dinamiche della vita, resistenza costante a sensazioni ed emozioni, una comunicazione superficiale, veloce e prevalentemente digitale.  L’aggravante che impedisce al cuore di sentire, oltre alla frenesia è la brama di potere divenuta oramai per alcuni individui incontrollabile, sostenuta da uno stile di vita anestetizzato e consumistico.
Credo che alla fine di questo viaggio chiamato vita, non saremo valutati per quanto abbiamo costruito o guadagnato, né per quante scuse ci hanno fermato, ma per il coraggio che abbiamo avuto nel seguire la nostra anima, uscire dalla comfort zone e intraprendere il cammino verso il destino.
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'Ci siamo ritrovati. Ma non eravamo mai andati via.' di Lorenzo Manfredini

16/11/2025

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Come accade nelle rimpatriate degli studenti, anche noi — dopo 10, 20, 30, 50 anni — ci siamo ritrovati.
Ma non per rievocare nostalgie.
Per testimoniare ciò che ognuno è diventato.
È stato un incontro di vite intrecciate, di percorsi che – anche se diversi – hanno condiviso un’intelligenza di frontiera.
Sport, dinamica mentale, educazione del corpo, relazione, eccellenza comunicativa:
strumenti di libertà interiore che hanno trasformato dubbi in direzioni.

​Ho rivisto sorrisi e condiviso le risate fragorose di chi, partito scettico, ha poi saputo fidarsi.
Ha mosso i primi passi, ha esplorato, e ora accompagna altri nel viaggio.
Professionisti dello sviluppo umano, in ogni forma – solo per citarne alcuni:
- Leonardo. formatore con le Frecce Tricolori e le sue molteplici incursioni nella vita di persone e gruppi,
- Paolo, instancabile ricercatore della comunicazione, del linguaggio del corpo, della salute,
- Carla e Cristina, testimoni del movimento che diventa vita e consapevolezza.
Ognuno con le sue ramificazioni.
Ognuno con il proprio “modo di esserci” – nella scuola, nell’azienda, nelle forze armate, nella cura.

In tutto questo, sento anche l’onore e la responsabilità di essere stato, in qualche modo, un inizio.
Uno di quelli che hanno tracciato la prima rotta, che hanno creduto – con ostinazione, con la candela in mano – nella possibilità di una trasformazione possibile.
Il mondo è cambiato, tanto, ma il filo che ci tiene insieme è ancora la fiducia nel potenziale umano.
L’intuizione che, anni fa, ci ha fatto incontrare e che oggi continua a generare frutti,
comunità, reti di bene.

Non siamo qui per vantare successi.
Ma per dire che ciò che si semina con coraggio, visione e presenza... può davvero crescere.
E diventare testimone.
E diventare nutrimento.
E diventare nuova spinta per chi, oggi, si affaccia su quella stessa soglia dove anche noi –
una volta – dubitavamo.

“A chi cammina. A chi trasforma. A chi porta il fuoco con le idee.”
Con affetto,
Lorenzo
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'Nelle vene del tempo' di Lorenzo Manfredini

15/11/2025

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Ci sono momenti in cui il tempo si piega.
In cui le persone, le immagini, le strade percorse… si riallacciano come vene in un corpo più grande.

Con Cristina Costantini – presenza ferma, cuore in ascolto, custode instancabile di senso – ho avuto il privilegio di rivivere una trama antica.
Abbiamo ritrovato Franco Piva.
Psicologo, Psicoterapeuta, anima luminosa che dieci anni fa, dopo un evento che avrebbe potuto spegnere ogni cosa, ha trasformato la malattia in seme.

Per sé. Per i suoi cari.
Per tutti noi che, senza saperlo, cercavamo una casa.

Accanto a lui, Donata Spillare. Altro abbraccio. Altra radice.
In questo incontro ho sentito la gratitudine vibrare. Non solo la mia.
Ma quella di una famiglia simbolica, quella dei percorsi di dinamica mentale, delle anime in cammino che – attraverso il messaggio e il vissuto – creano fucine vive.

Ho rivisto volti, ascoltato storie, accarezzato fotografie come si accarezzano le soglie degli ultimi cinquant'anni.
Ricordi che non chiedono di essere rimpianti,
ma abbracciati – perché ancora parlano.

Insieme abbiamo attraversato monti e valli di emozione.
Abbiamo lasciato che mente e corpo tornassero a dialogare.

E oggi più che mai sento che condividere è un gesto prezioso.
Perché portare memoria non è restare nel passato,
ma colorare le cornici sbiadite,
dare voce a ciò che ha costruito la nostra visione,
sciogliere le incomprensioni come neve al sole.

Oggi restituisco quanto ho ricevuto.
Con parole, esperienze, incontri.
Con la delicatezza che merita ogni passo.

Perché il dono si compie solo quando lo si offre di nuovo.
E dentro, nel profondo, resta quel fuoco:
la gratitudine di un’anima che ha trovato casa,
sogni,
prospettiva
.

Lorenzo Manfredini
UP STEP Consapevole

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'Aiutare o porsi al servizio di una persona? Che differenza c'è? di Luca Botter

15/11/2025

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Quando si aiuta si usa la propria forza ( interiore o no ) per aiutare chi ne ha meno creando un rapporto in cui uno sta sopra e l’altro sotto ( disparità che viene percepita dalla persona aiutata) .
A volte, senza accorgercene e soprattutto senza volerlo, togliamo piuttosto che dare mettendo in difficoltà il senso di autostima e di valore della persona.
Quando aiutiamo non dovremmo farlo con la nostra “forza”  bensì con noi stessi, le nostre esperienze, le nostre ferite ed i nostri limiti ( la nostra interezza ) . Volendo riassumere , aiutare significa creare un debito: quando si aiuta una persona, quest’ultima si sentirà debitrice.
Il servizio, invece, è reciproco. Nell’aiuto proviamo una sensazione di soddisfazione, nel servizio un sentimento di gratitudine. Quando vediamo l’altra persona nella sua interezza come facciamo con noi stessi arriviamo a capire che la sofferenza dell’altro è anche la nostra, così come la sua gioia. Allora la spinta al servizio nascerà con naturalezza e semplicità.
Stare vicino a chi soffre ci risveglia e apre i nostri cuori e le nostre menti; ci apre all’esperienza dell’unità. Spesso però rimaniamo intrappolati nei nostri ruoli abituali e nelle idee o preconcetti che ci tengono separati gli uni dagli altri isolandoci così da ciò che veramente servirebbe e ispirerebbe il nostro lavoro. Per essere persone che “guariscono” dobbiamo essere disposti ad esplorare la nostra sofferenza che costituisce un ponte con le persone che stiamo servendo.
Buon servizio a tutti.
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'Quei Momenti Serenamente Tristi' di Luca Giardini

2/11/2025

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“Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatré volte!”
E dopo un po’ aggiungevi:
“Sai.. quando si è tanto tristi si amano i tramonti…”

Ho letto queste righe del “Piccolo principe” una sera a letto, e prima di spegnere la luce e addormentarmi mi è venuto spontaneo passare in rassegna i momenti tristi della mia vita analizzando il modo in cui li ho affrontati. 

Le difficoltà si presenteranno sempre alla nostra porta durante il corso dell’esistenza, e al posto di evitarli (fallendo miseramente) sarebbe interessante prendere consapevolezza delle proprie armi, capacità, alleati, per uscirne più forti di prima. O semplicemente superare il momento.

Prendi un foglio, dividilo in tre colonne. 
Nella prima scrivi un avvenimento o un preciso momento nel quale ti ricordi di essere stato triste.
Nella seconda analizza in che modo l’hai affrontato (per esempio, attraversandolo o evitandolo?).
Nella terza e ultima colonna appunta se ora potresti mettere in campo azioni o strumenti che ti facciano trasformare la “tristezza distruttiva” in “tristezza costruttiva”.

​Non ci sono schemi sbagliati, ci sono solo risposte adatte a noi stessi. Che sia un pianto liberatorio, un aperitivo con gli amici, un allenamento fino allo sfinimento… o un momento per noi mentre ci godiamo quarantatré tramonti di fila. 
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'Creare un Gruppo di Super Eroi' di Luca Giardini

2/11/2025

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Un nuovo anno sportivo è iniziato e la squadra di basket under 12, che seguiamo per quanto riguarda la preparazione mentale, ha dei nuovi arrivati. 
​Come primo allenamento abbiamo quindi proposto una modalità alternativa di presentazione individuale con l’obiettivo di imparare a raccontarsi al gruppo, conoscere i singoli componenti della squadra, scoprire le proprie potenzialità e quelle dei compagni.

Si parla di “potenzialità” perché è stato sottoposto ai ragazzi il seguente esercizio:
- abbiamo sparso per la palestra svariati oggetti sportivi (dalla racchetta da tennis al guanto da pugilato, dalla palla da football americano al cronometro) e abbiamo chiesto ai giocatori di scegliere quello che più li ispirasse, con il quale sentissero una connessione.
- successivamente hanno dovuto disegnarlo rendendolo “animato” (con gli occhi, il naso, la bocca, gli arti, ecc..) e immaginando i suoi “superpoteri”
- infine a turno hanno presentato il loro “oggetto supereroe” facendo riferimento alle sue potenzialità nelle quali si rivedono (come giocatori di basket e come esseri umani)

Tramite questo apparentemente semplice esercizio i ragazzi sono stati in grado di allenare la consapevolezza di se, dei propri poteri da mettere al servizio della squadra e hanno scoperto nuove potenzialità dei compagni. Tutto questo, divertendosi. Un gioco che li renderà più gruppo e meno individualità separate.
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'Emozioni nel Buio' di Nancy Baston

16/10/2025

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Mediante il metodo E.M.O.S. (Esplorazione, Movimento, Osservazione, Sintonizzazione) di Lorenzo Manfredini, scopro come nascono le mie emozioni. Attraverso un viaggio, fatto di ascolto profondo, pause e silenzi, dove il corpo si trasforma in un alleato e a volte la mente diventa l’antagonista, perché come in tutti i viaggi non mancano mai gli intoppi fatti di resistenze e incomprensioni.

Sono le 3 di notte, le bambine erano stanche, pertanto, tutti a letto presto! Io ho già dormito cinque ore filate e sono sveglissima. Fuori c’è un fortissimo vento, mi trovo in un grande campeggio sulla riva del lago di Garda. Consapevole che non mi sarei più riaddormentata decido di uscire, sono in pigiama infilo il K-way le ginniche senza calzini, pensando di fare pochi passi all’aperto. Volevo ascoltare la voce del vento, cedere a quel richiamo, per quanto soffiasse minaccioso, ero attirata dall’aria frizzantina di quella notte. Apro la porta come lo farebbe Indiana Jones in “alla scoperta dell’isola perduta”. Con un sorriso stampato in volto alzo il cappuccio, mi guardo introno, tutto tace, non c’è in giro anima viva, o almeno spero. Dopo i primi metri mi si palesa davanti uno scenario nettamente differente da quello giornaliero, i preziosi alberi che offrivano riparo dal sole nelle ore più calde, ora al posto dei rami muovono numerosi tentacoli forzando le povere foglie verdi a cadere anzitempo. I lampioni situati alle mie spalle registrano, impietosi, qualsiasi movimento, rimandandomi gigantesche ombre, mi giro di scatto! Una parte di me vorrebbe tornare indietro, ma l’altra parte era impaziente di arrivare al lago per vedere quanto fosse arrabbiato. Davanti a me una scalinata quasi completamente buia, porta alla riva, mi chiesi perché fossi li, mi serviva proprio quel brivido? percorsi velocemente con la mente tutte le possibili variabili alle quali sarei andata incontro discendendo quella scala. 
​

E     La paura mi palesò davanti gli scenari più improbabili di attacco, una finta razionalità cominciò a vagare nella memoria in cerca di possibili strategie di difesa, in caso uno sconosciuto minaccioso sbucasse all’improvviso da quegli arbusti a lato della scalinata. 
M     Tornai quasi subito con la mente alla realtà, mi trovavo in un campeggio chiuso, al sicuro, era solo la paura a proiettare queste immagini. Discesi gli scalini uno ad uno come una ad una sentivo crescere le emozioni dentro di me. Il buio non è qualcosa alla quale sono abituata o perlomeno non in questo cotesto, ero a disagio e allo stesso tempo volevo essere lì, percepii il conflitto, sentii l’ansia e per finire la confusione provocata dalla somma delle due emozioni.
O     I muscoli del mio corpo cominciarono ad irrigidirsi ma non mi opposi a quella forza. Ascoltarsi è una sfida, pensavo di essere sola con il buio, invece ero circondata da emozioni, chiesi alla paura di andarsene, supplicai l’ansia di allontanarsi, ma loro si strinsero ancor più forte a me, tanto da cambiare il mio respiro, probabilmente volevano dirmi qualcosa, avrei voluto avere la forza di ascoltarle, ma in quel frangente non ci riuscii. 
S     Arrivai alla fine della scala consapevole delle mie emozioni senza riuscire a farmele amiche, mi fermai, mi voltai, l’avevo terminata, ero arrivata giù! Che lunga quella scala vista dal basso! e che buia, ci sono passata in mezzo! pensai. Ci sono riuscita.
​

E.M.O.S. attraverso me, dentro il silenzio, in mezzo al buio, ascoltando la paura, lasciando libero il corpo, puntando all’obbiettivo, in compagnia delle mie emozioni.
Sorrisi al pensiero di essere la sola li, e mi interrogai sul motivo della mia scelta, quando avrei potuto benissimo leggere un libro in veranda o passeggiare in luoghi circoscritti e maggiormente illuminati! Ma il forte vento di quella sera aveva qualcosa da dirmi. Possibile non riuscisse a farsi sentire chiaramente, pur soffiando così forte? Oppure ero io a non voler ascoltare?! Ritornai alle mie emozioni che a quel punto mutarono: arrivò la soddisfazione, la pienezza e con un po’ d’orgoglio, mi lasciai pervadere da quel sapore mite, dal profumo delle onde che sbattevano violente sugli scogli nebulizzando sul mio viso. È questo che voglio dalla vita! Sentirla sulla pelle, io sono terra, aria, acqua. Quel rumore al quale ero abituata fino a qualche anno fa ora è diventato un frastuono insopportabile, stava spegnendo il fuoco della mia anima, in extremis sono riuscita a salvarla. Quella scalinata? La mia ancora di salvataggio, come le mie fughe settimanali nel bosco, salvagenti che mi danno la possibilità di tornare ad una dimensione più umana. 

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'La pelle confine che racconta' di Caterina Lazzarin

16/10/2025

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​C’è un luogo in cui l’uomo incontra il mondo, ogni istante della sua vita.
Non è un luogo lontano o nascosto: è la pelle.
La pelle è il confine che ci separa dall’esterno, è il ponte che ci mette in relazione con ciò che ci circonda.
 
È il nostro organo più esteso, un abito naturale che respira, che regola la temperatura, che protegge, ma anche ascolta e racconta. Pensa a quando arrossiamo per la vergogna o impallidiamo per la paura, la pelle rivela ciò che accade dentro di noi, prima ancora che le parole trovino spazio nella nostra mente.
 
La pelle non è soltanto difesa è anche conoscenza. Accoglie il caldo del sole, il freddo del vento, la carezza dell’acqua e la pressione di una mano. Ogni contatto lascia un segno, diventa esperienza, ciò che la pelle assimila diventa parte della nostra memoria interiore.
 
Si può dire che la pelle ci educa, ci trasforma, ci mette in condizione di sviluppare il nostro essere. È organo protettivo, ma allo stesso tempo percettivo e conoscitivo, è una superficie viva che registra e restituisce le informazioni apprese dall’esterno.
 
Nella nostra epoca, in cui il contatto con la natura si è ridotto e viviamo circondati da ambienti artificiali, la pelle reclama il ritorno a esperienze genuine. Ha bisogno di bagni di luce, di aria e di acqua, del calore del sole, di strofinamenti che la risveglino, perché attraverso la pelle non solo percepiamo il mondo, ma impariamo a dialogare con esso.
 
La pelle diventa un campo sperimentale e un terreno di relazione. Un organo che, più di ogni altro, ci ricorda che siamo esseri aperti. Ci insegna che la vita è incontro. Essere umani significa esporci, rischiare, conoscere.
 
La pelle, è la nostra voce silenziosa. Comunica con il mondo e con gli altri, racconta ciò che viviamo dentro e ci apre a ciò che ci arriva dall’esterno. È un organo che parla. E parla di noi.
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'Io, la Peugiottina e 1000 chilometri di coraggio' di Caterina Lazzarin

16/10/2025

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Osservando con gli occhi di oggi il mio passato, mi rendo conto di quanto impegnativo sia stato affrontare ciò che sto per raccontarvi.
Il mio obiettivo: raggiungere la Puglia in macchina con la mia Enfant Terrible.
La mia paura: percorrere 1000 chilometri da sola.
Per molti, il 2020 ha rappresentato uno spartiacque. Lavorativamente è stato un periodo difficile per ricominciare; a livello familiare, troppi lutti in poco tempo.
Sentivo il bisogno di uscire dalla mia città. In fondo avevo sempre viaggiato, fatto esperienze, e davanti a me si apriva la possibilità di conoscere un pezzetto d’Italia che ancora non avevo visto.
Fu l’invito di una conoscente a far crescere in me il desiderio di partire. Mi disse:
“Cate, vieni in Puglia, ti ospito io. La casa è a venti passi dal mare, puoi restare quanto vuoi.”
Nella mia mente si accese un immaginario: il sole, il caldo sulla pelle, il cielo azzurro, i panzerotti, la pizza, il profumo degli agrumi in fiore... e poi la curiosità di scoprire se esistevano distillatori di piante officinali  indipendenti da cui poter imparare.
La motivazione era forte, direi irresistibile, e poi quando mi sarebbe ricapitata un’occasione così!
Decisi di partire, anche se dovevo fare i conti con il fatto che non avevo mai guidato così a lungo da sola: 1000 chilometri, da Padova a Manduria, giù fino al tacco d’Italia. Era febbraio. Al Nord le nebbie e il freddo, al Sud il sole e la temperatura più mite.
Le emozioni che passavano dentro di me erano contrastanti, che bello un tempo indefinito al Sud, e subito dopo , ma sei sicura che ce la fai a guidare da sola per tutta quella strada?
 
Significava affrontare diverse difficoltà: restare sveglia per molte ore alla guida, perché l’idea era fare il viaggio tutto d’un fiato. Non amo guidare di sera, e il momento del crepuscolo — quel passaggio dal giorno alla notte, con il cambio di luce — mi risulta sempre un po’ faticoso.
E poi, la mia Peugiottina ce l’avrebbe fatta a percorrere tutta quella strada?
Se si fosse rotta, cosa avrei fatto? Se mi fossi fermata col buio, come mi sarei comportata?
Troppe domande che mi mettevano in difficoltà.
Avevo sempre viaggiato in compagnia, e trovare risposte a questi dubbi, da sola, era più complicato.
Così, mentre meditavo su come organizzarmi — quante tappe fare, come gestire il cibo — cercavo soluzioni.
Eppure, mi dicevo: Infondo devi solo attraversare l’Italia… mica andare in Alaska!
Da viaggiatrice, questa situazione mi metteva comunque in crisi: e se non ce l’avessi fatta?
Ma quando la motivazione è più grande della paura, si trovano le soluzioni.
Idea! E se invece di fare il viaggio tutto d’un fiato lo avessi spezzato?
Già questa idea mi fece sentire meglio.
Mi misi quindi alla ricerca di un posto dove poter dormire, magari a metà strada.
In quel periodo molti alberghi e B&B erano chiusi, e per accedere ad alcuni chiedevano le credenziali. Così scoprii un mondo nuovo: piattaforme dove persone comuni offrivano un letto o un divano ai viaggiatori di passaggio.
La ricerca fu fruttuosa: trovai diverse persone disponibili a ospitarmi, tanto che avevo l’imbarazzo della scelta.
Mi imposi alcune regole: niente case di uomini soli; doveva essere a metà strada; dovevo poter cucinare per la cena e prepararmi la colazione.
Alla fine trovai una signora. E vi assicuro che lei sola meriterebbe un racconto a parte.
La vita, se sai lasciarla fluire, sa dove condurti — senza troppe pippe mentali.
Ma siamo esseri pensanti, e nella nostra mente galoppano molti cavalli imbizzarriti.
Quando trovai la soluzione, mi sentii più serena, anche se non nego che quei cavalli ripresero a correre, sollevando altre domande:
“Sarò capace di trovare la casa? Mi ospiterà davvero? Sarà accogliente? In febbraio farà abbastanza caldo? Mi porto il sacco a pelo pesante?”
A un certo punto mi dissi: basta pensieri negativi, solo pensieri positivi.
Così mi concentrai sulla preparazione dei bagagli e la registrazione dal meccanico dell’auto.
Quanto sarei rimasta in Puglia? Una settimana, un mese? Non importava.
La mia sfida era arrivare a Manduria.
Al resto avrei pensato dopo.
Lasciai la Pianura Padana nella nebbia, con il cielo grigio e l’umidità nell’aria.
Il viaggio fu emozionante. L’Italia è bellissima: la costa adriatica mi accompagnò per buona parte del tragitto, e la vista del Gran Sasso con la neve sulla cima mi riempì di emozioni.
Riuscii a trovare la casa della signora: era calda e accogliente. Tutto andò oltre le mie aspettative.
E in Puglia mi accolse un sole splendido.
La Peugiottina fu un vero bolide.
…alla fine, in Puglia ci ho vissuto tre anni.
E quella strada, l’ho fatta tante volte, tutta d’un fiato.
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"Il Tempo, la Vita e Noi" di Lorenzo Manfredini

8/10/2025

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Newsletter STEP Consapevole
Ci sono giorni in cui il tempo corre e altri in cui sembra fermarsi. Si ferma quando un amico cade in casa e il respiro di molti si blocca, si restringe quando la guarigione procede lenta, quasi immobile.
Il tempo diventa un vortice quando le relazioni si irrigidiscono e non sappiamo più come scioglierle, mentre gira in tondo quando non riusciamo a interpretarlo con apertura.

Il tempo non è solo ciò che passa: è ciò che ci plasma.
È il modo in cui la vita ci insegna a guardare, a comprendere, a sentire la relatività delle nostre esperienze.

Negli ultimi mesi — dal Master di luglio in poi — abbiamo percepito chiaramente che anche il tempo del gruppo STEP è cambiato. Ci siamo guardati negli occhi, stupiti e commossi dalla crescita, dalla qualità delle esperienze, dalla maturità dei supervisori e dei partecipanti. In quei giorni è nata un’idea semplice e potente: raccontare a tutti — ex allievi, formatori, amici — questo cammino di evoluzione.

E così, grazie a Maurizia Pambianco, Alessandro Piazzetta e Riccardo Manfredini, che hanno dato forma organizzativa e cuore a questa spinta, abbiamo deciso di fermare il tempo per un giorno speciale: sabato 21 marzo 2026, a Padova.

PRESENZA, COSCIENZA E CAMBIAMENTO
Un convegno, ma anche una festa dell’anima. Un momento per ritrovarsi, per ascoltare le voci che negli anni hanno attraversato il nostro cammino e che oggi dialogano con le sfide del presente: la salute, la coscienza, la tecnologia, le relazioni.

Tra gli ospiti: Angelo Gemignani, psichiatra e ricercatore in neuroscienze, e Marcello Monsellato, medico, fondatore della medicina Omeosinergetica e psicoterapeuta — insieme a coach, counselor e professionisti che porteranno esperienze concrete di trasformazione personale e professionale.
Sarà un incontro di presenze, memorie e relazioni: un invito a ricordare da dove veniamo, a riconoscere cosa siamo diventati e a sognare insieme il prossimo passo.

Un autunno per ritrovarsi
Mentre l’estate ci invita al riposo, forse anche a un silenzio fertile, possiamo lasciarci ispirare da una domanda: come vogliamo abitare il tempo che ci accompagna, come individui e come comunità?

Non serve correre. Serve ascoltare. Serve ricordare che ogni cambiamento nasce da un istante di presenza, da un incontro, da un respiro condiviso.

Il cammino di STEP è sempre stato questo: una scuola di vita, un movimento continuo tra profondità e leggerezza, tra corpo e spirito, tra scienza e coscienza.
Il tempo è qui. E noi siamo il tempo che gli diamo forma.

Un caro Saluto
Lorenzo
Io Partecipo! Modalità di Iscrizione
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“Alla ricerca della bici interiore (e di un Master)” di Lorenzo Manfredini

23/9/2025

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Primo giorno di Master. Primo giorno di mappa invisibile.

Siamo qui. In un’aula. In un rito. In un inizio.
Il primo giorno di Master non è solo un’aula piena. È una stanza simbolica.
Un inizio che si attraversa insieme, con la voglia di imparare e il terrore segreto di non sapere da dove cominciare.
E mentre fuori il mondo scorre veloce, dentro ognuno di noi si affaccia una domanda antica:
“Chi sarò alla fine di questo viaggio?
Ma soprattutto… Chi sono oggi, davvero, qui?”

Insieme ai giganti (e alle nostre vocine)
Ci sono i grandi nomi, le teorie, i premi Nobel. Ma anche i premi IgNobel: quelli che nessuno premia, ma che ci insegnano tutto.
– La volta in cui siamo andati dallo psicologo per avere una conferma di una decisione già presa.
– Quel giorno in cui abbiamo perso la bici e l’abbiamo cercata ovunque, ma era già andata.
– Quella sensazione assurda di cercare il colpevole per una targhetta staccata dal campanello.
Come se ogni passante avesse una chiave, un’indicazione, un pezzo della nostra storia rubata.
Sono meccanismi piccoli, ma potentissimi. Perché ci parlano di noi.
E questo Master è anche questo: guardare quei movimenti minimi, quelle piccolezze che sono grandezze travestite da ossessioni.

E poi ci siamo noi, i camminanti.
C'è chi fa il primo passo. E lo fa davvero. Non perché sa dove andrà, ma perché ha smesso di restare fermo nell’attesa di capirsi tutto.
Qui, in questo cammino condiviso, non siamo solo studenti. Siamo cercatori di bussole,
esploratori di una leadership viva, non quella da palco… ma quella che ascolta, sbaglia, ride e resta.

In conclusione: sì, siamo noi. Anche senza bici.
Siamo qui con le domande addosso, con i giudizi appesi ai pensieri, con la voglia di imparare non solo concetti, ma a starci meglio dentro.
Questo Master non sarà solo una tappa. Sarà un modo per ritrovare la bici mentre camminiamo. O forse per smettere di cercarla… e godersi la strada a piedi, insieme.

Domanda-utile per oggi:
“Che parte di me è rimasta incastrata in una storia passata, e oggi vorrebbe solo essere vista, capita… e magari anche portata a lezione?”

Con i freni mollati e il cuore acceso, un compagno di viaggio con la catena un po’ arrugginita, ma con tanta strada dentro.

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