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'Una sera, molte conversazioni' di Lorenzo Manfredini

10/7/2026

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Ci sono luoghi nei quali si entra per bere qualcosa e si finisce per parlare della vita.
Accade nel bar accanto al Palazzo dei Diamanti, grazie all’ospitalità di Andrea: magnifico padrone di casa, intrattenitore ironico, curioso, accogliente.
Andrea non serve soltanto ai tavoli. 
Crea il clima. E creare il clima è già una competenza psicologica: significa far sentire le persone attese, sciogliere le distanze, trasformare un gruppo casuale in uno spazio nel quale può accadere qualcosa.
Con noi Umberto Baglietti, amico, formatore e docente della Scuola STEP.
Umberto possiede una qualità rara: sa passare da un tema leggero a uno profondo senza rendere pesante il passaggio. Una battuta apre una domanda. Un episodio quotidiano diventa materia di coaching. Una conversazione sul lavoro conduce alla psicologia, al counseling, all’etica.
Non impone profondità. La rende possibile.
È una competenza sottile: saper cambiare livello senza perdere le persone, accompagnandole dalla curiosità alla consapevolezza.
E poi c’è il mio ruolo, inevitabilmente presente anche quando non sto lavorando.
Ascoltare i passaggi. Riconoscere i fili che uniscono progetti, persone e processi. Domandarmi non soltanto che cosa stiamo dicendo, ma che cosa la conversazione sta producendo in noi.
Perché ogni ruolo comunica.
Il barista comunica attraverso l’atmosfera che sa generare. Il formatore attraverso il modo in cui rende pensabile ciò che sembrava soltanto un’esperienza. Lo psicologo attraverso le connessioni che riconosce, le domande che apre, i significati che non chiude troppo presto.
Non sono soltanto professioni.
Sono modi di vivere la relazione.
La cornice era una delle parti più belle di Ferrara. E questa volta, alla conversazione, si è aggiunta la mostra di Andy Warhol al Palazzo dei Diamanti.
Warhol ha attraversato fotografia, cinema, pubblicità, arte, provocazione e costruzione dell’immagine pubblica. Ha mostrato quanto una superficie possa sembrare identica e, nello stesso tempo, cambiare attraverso un colore, una ripetizione, un dettaglio.
Forse accade qualcosa di simile anche tra le persone. Entriamo nelle relazioni con un’immagine, un ruolo, una storia già visibile. Ma basta una sfumatura diversa — una parola, una pausa, un’ironia ben dosata, uno sguardo davvero presente — perché quella stessa immagine cominci a trasformarsi.
La psicologia ci insegna spesso a cercare ciò che sta dietro.
Warhol sembra ricordarci anche un’altra cosa: che dobbiamo imparare a vedere meglio ciò che è già davanti a noi.
Il modo in cui una persona accoglie. Il modo in cui alleggerisce. Il modo in cui ascolta.
Il modo in cui rende possibile un pensiero nuovo. 
Così una serata non resta soltanto una serata. Diventa un piccolo laboratorio umano. Uno porta il clima. Uno porta la parola. Uno porta le connessioni.
E ciascuno, quasi senza accorgersene, esce un poco diverso da come era entrato.
Forse è questa la forma più autentica della trasformazione: non cambiare qualcuno,
ma creare le condizioni perché qualcosa possa muoversi.
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#Ferrara #AndyWarhol #PalazzoDeiDiamanti #Psicologia #Coaching #Counseling #Formazione #Relazioni #STEPConsapevole
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'Master STEP' di Lorenzo Manfredini

10/7/2026

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Ogni professione insegna un metodo. Ogni incontro insegna una persona.
Da molti anni il Master STEP mette insieme Mental Training, Coaching e Counseling in un percorso fatto di studio, esperienza, corpo, relazione e pratica.
Non per riempire le persone di tecniche.
Per aiutarle a diventare più presenti, più consapevoli, più capaci di accompagnare il cambiamento.
A Montegrotto Terme, il gruppo non è uno sfondo. È parte del percorso.
Le domande diventano strumenti. L’esperienza diventa conoscenza. La conoscenza, poco alla volta, diventa azione.
Montegrotto Terme (PD) - 19–20 settembre 2026
Cell. 328 7049684 Email: [email protected]

Quale esperienza formativa ha cambiato il tuo modo di stare accanto alle persone?


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'Dal fare al prendersi cura: quando la formazione diventa pratica viva' di Lorenzo Manfredini

6/7/2026

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La formazione dedicata agli operatori sanitari e socio-sanitari inaugurata a Capo d’Orlando non è stata pensata come una semplice trasmissione di contenuti.
L’obiettivo era più concreto: entrare nel vivo del lavoro quotidiano, là dove la cura non è solo procedura, ma relazione, equilibrio, presenza, linguaggio condiviso.
Per questo il percorso ha alternato momenti diversi: riflessioni, video, esercitazioni, micro-scene, meditazioni, simulazioni e verifiche pratiche.
Abbiamo lavorato su tre piani.
Il primo: l’operatore. Chi cura arriva sempre con qualcosa addosso: stanchezza, fretta, senso di responsabilità, a volte irritazione, a volte bisogno di essere indispensabile. Riconoscerlo non è debolezza. È prevenzione professionale.
Il secondo: l’assistito. Dietro una frase difficile, una chiusura, una protesta, spesso non c’è solo opposizione. Ci sono paura, vergogna, bisogno di controllo, solitudine, dignità ferita. L’empatia diventa concreta quando impara a cercare il bisogno sotto la frase.
Il terzo: l’équipe. Nessuno cura da solo. Ognuno vede un pezzo: l’OSS, l’infermiere, il medico, il fisioterapista, il coordinatore, la famiglia. Il punto non è avere tutti la stessa visione, ma imparare a mettere insieme osservazioni diverse in una consegna utile.
Una delle esercitazioni più importanti è stata trasformare la lamentela in procedura:
non “il paziente non collabora”, ma “che cosa ho osservato, quale rischio comporta, quale proposta posso portare”.
È qui che la formazione diventa cultura organizzativa. Non teoria in più. Ma parole più precise. Gesti più consapevoli. Confini più puliti. Comunicazioni più umane. Procedure più semplici e concrete.
Perché tra il fare e il prendersi cura c’è un passaggio sottile: accorgersi che ogni gesto tecnico porta con sé una relazione, e ogni relazione può diventare parte del sistema di cura.
Da Capo d’Orlando resta una direzione chiara: prendersi cura significa imparare a vedere meglio, comunicare meglio, lavorare meglio insieme.
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#DalFareAlPrendersiCura #CureDomiciliari #FormazioneSanitaria #ComunicazioneClinica #LavoroDiEquipe #EmpatiaProfessionale #CulturaDellaCura #CooperazioneSociale

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'Dal fare al prendersi cura' di Lorenzo Manfredini

6/7/2026

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Torno da due giorni intensi di formazione a Capo d’Orlando, Messina, dentro il corso “Dal fare al prendersi cura”.
E torno un po’ stanco, sì. Ma anche spannato. Inebriato dalla bellezza dei luoghi, dalla forza degli incontri, dalla densità delle vite che si sono sedute insieme.
A volte bastano poche parole per sentire il peso delle fatiche e, nello stesso tempo, la possibilità dei futuri.
Bastano pochi sguardi per riconoscere quanta stanchezza attraversa chi lavora ogni giorno nella cura domiciliare, nei servizi, nelle relazioni difficili, nei bisogni che non sempre hanno voce.
E bastano pochi sorrisi, quando sono veri, per deporre per un momento le armi della fatica, della fretta, dell’abitudine, e tornare a immaginare gesti più umani: per sé, per l’utente, per il collega, per la cooperativa, per il sistema.
In questi due giorni siamo partiti da una formazione “di classe” e siamo arrivati al cerchio. Al fuoco. Alla casa. Alla persona.
Perché prendersi cura non è soltanto fare bene una mansione. È imparare a vedere. È riconoscere bisogni, limiti, fragilità, risorse. È dare voce e dignità a ciò che spesso resta muto sotto la pressione del lavoro quotidiano.
Un grazie sincero a Giusy Galipò, organizzatrice e ispiratrice di questo percorso, capace di tenere insieme visione, concretezza e passione.
Grazie ad Antonino Mazzone, Primario, per la presenza e il contributo autorevole. Grazie a Michele Stornello, Direttore sanitario, per lo sguardo di servizio. Grazie a Maurizia Pambianco, tutor attenta e preziosa. E grazie a tutte le persone presenti, perché ogni volto ha portato un pezzo di esperienza, domanda, fatica e possibilità.
Come Direttore Scientifico, porto via la conferma che la formazione più vera non aggiunge soltanto competenze. Apre spazi. Rimette in circolo fiducia. Fa nascere progettualità.
E, soprattutto, ci ricorda che ogni sistema di cura resta vivo solo quando le persone che curano non vengono dimenticate.
Grazie alla cooperativa, ai professionisti, agli operatori e a tutti coloro che ogni giorno trasformano il servizio in presenza.
Perché tra il fare e il prendersi cura c’è un passaggio sottile. Ma quando accade, cambia tutto.
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'Non cambiamo fino a quando non siamo pronti' di Luca Botter

6/7/2026

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A volte è una situazione difficile, come un divorzio, una malattia, un incidente o un lutto, che ci obbliga ad affrontare quello che non va e a sperimentare qualcosa di diverso.
A volte la nostra sofferenza interiore o il nostro desiderio insoddisfatto diventa così forte ed insistente da non poter più essere ignorato. Ma sono una spinta ed una capacità che non si trovano all’esterno, e non potete né far loro fretta e né tantomeno forzarle. Siete pronti quando dentro di voi scatta qualcosa e voi decidete: Finora ho fatto questo. Adesso farò qualcos’altro.
Cambiare significa interrompere le abitudini e gli schemi che non ci servono più.
Se volete modificare la vostra vita in modo significativo, non abbandonate semplicemente un’abitudine o una convinzione disfunzionale, ma sostituitela con una più salutare.
Scegliete verso cosa muovervi. Trovate un segnale indicatore e seguitelo.
All’inizio di questo viaggio, è importante riflettere non solo su ciò da cui vorreste liberarvi, ma anche su quello che vorreste essere liberi di fare o diventare.
Quando cambiate la vostra vita, non è per diventare un nuovo voi. É per diventare il vero voi, quella pietra preziosa unica ed irripetibile che non esisterà mai più. Tutto quello che vi è accaduto, le scelte fatte finora, i modi in cui avete cercato di reagire…ha importanza ed è utile. Non dovete buttare via tutto e ripartire da zero ma fare tesoro di tutto ciò che vi ha portato al momento presente, con la libertà di diventare quello che siete. Buona trasformazione!
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'Il Feng Shui' di Costantina Censurato

17/6/2026

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Il Feng Shui, letteralmente “vento e acqua”, è un’antica pratica cinese che cerca di armonizzare gli individui con l’ambiente circostante, posizionandosi a metà strada tra una filosofia ecologica e una serie di credenze mitologiche.
Sebbene sia spesso considerato una pseudoscienza da un punto di vista scientifico rigoroso, il Feng Shui moderno integra principi logici di design, psicologia e architettura con antiche metafore energetiche.
Le origini del Feng Shui si basano su concetti metafisici difficili da misurare con il metodo scientifico.
Il Chi, o Qi, è l’energia vitale che scorre in ogni cosa. Il Feng Shui mira a farla scorrere in modo armonioso e serpeggiante, evitando linee rette che la rendono troppo veloce o “aggressiva”.
La bussola cinese, o Luo Pan, è utilizzata per calcolare le influenze energetiche basandosi su direzioni cardinali, astri e “stelle volanti”, dette anche Flying Stars, spesso associate a fortuna o sfortuna. Ad esempio, pratiche come non mettere specchi di fronte alla porta d’ingresso per non “respingere” l’energia, o usare cristalli per attirare denaro, rientrano nella sfera del folklore e del simbolismo culturale.
I cinque elementi, o Wuxing, sono legno, fuoco, terra, metallo e acqua. Oltre all’aspetto fisico, sono usati per bilanciare aspetti emotivi e psicologici, spesso descritti tramite cicli metafisici di generazione e distruzione.
Amo molto le piante e ho scoperto che, secondo il Feng Shui, le piante con spine, come cactus, agave e aloe, sono considerate portatrici di sha qi, cioè energia tagliente o distruttiva, che blocca il flusso di energia positiva, creando tensioni, conflitti o stanchezza.
Le loro forme aguzze interferiscono con l’armonia domestica; pertanto, bisognerebbe evitare di posizionarle nelle zone giorno, nelle camere da letto o negli uffici, in quanto le spine “spezzano” la circolazione energetica, causando un’atmosfera poco armoniosa.
Posizionarle vicino a zone di passaggio o di riposo, come la camera da letto, può portare a insonnia, nervosismo e discussioni. Bisognerebbe evitare di metterle in salotto, in soggiorno, negli uffici e specialmente nelle camere da letto.
È consigliato, invece, posizionarle all’esterno, come su balconi, terrazzi o vicino all’ingresso, dove agiscono come “guardiani” che proteggono la casa dalle energie esterne negative.
In alternativa, è preferibile scegliere piante con foglie morbide, rotonde o ovali, che favoriscono il flusso di energia positiva, cioè il Qi, e la prosperità.
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'Dare voce al desiderio: una riflessione tra storia e sviluppo personale' di Costantina Censurato

17/6/2026

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Durante una chiacchierata con un amico, in merito ai sogni, gli domandai che significato dava al desiderio.
Il mio amico, dopo un momento di silenziosa riflessione, mi disse che per lui il desiderio era associato a un racconto inerente a un’antica interpretazione legata al latino de-sidera, cioè “mancanza delle stelle” o “attesa delle stelle”. Il racconto era quello di Giulio Cesare nel De bello Gallico.
I desiderantes erano soldati che, di notte, attendevano sotto le stelle il rientro degli altri compagni, i commilitoni, dai campi di battaglia, senza sapere se fossero ancora in vita. Nel De bello Gallico, Giulio Cesare descrive la figura dei desiderantes come strettamente legata all’etimologia della parola “desiderio”, ovvero il sostare sotto il cielo, a osservare le stelle, in un atteggiamento di attesa.
Mi ha affascinato molto il racconto in cui il desiderio è considerato come qualcosa che nasce da una mancanza, da ciò che non abbiamo ancora raggiunto ma che continuiamo a cercare con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte. C’è una profonda analogia tra il desiderare e l’attendere: entrambi custodiscono una speranza, un sogno, una possibilità. Forse è proprio nell’attesa che il desiderio trova la sua forma più autentica.
Ho allora pensato a un’applicazione nel coaching e nel counseling, in cui il “desiderare” rappresenta il passaggio chiave che sposta il focus dal problema attuale allo stato desiderato, inteso come futuro obiettivo.
Nel coaching, il desiderio rappresenta il punto di partenza del cambiamento, in quanto il coach aiuta la persona a trasformare ciò che desidera in obiettivi concreti, misurabili e raggiungibili, secondo il metodo SMART, e in azioni efficaci.
Nel counseling, il desiderio viene esplorato in modo più profondo, andando a ricercare, ad esempio, le paure o i conflitti che ne ostacolano la realizzazione, oppure i valori che lo sostengono, aiutando la persona a superare i momenti di blocco decisionale o di crisi evolutiva.
Nel De bello Gallico, Giulio Cesare mostra come un forte desiderio di raggiungere determinati obiettivi possa guidare strategie, decisioni e azioni. Allo stesso modo, nel coaching e nel counseling, il desiderio è considerato una forza propulsiva che orienta la persona verso il cambiamento, la crescita e la realizzazione di sé, attraverso una maggiore consapevolezza e una pianificazione efficace delle proprie risorse.
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'SPIRITUALITÀ PRATICA DI SAN FRANCESCO' di Simona Da Monte

17/6/2026

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​LE BEATITUDINI EVANGELICHE NELLA VITA DI SAN FRANCESCO
San Francesco d’Assisi è vissuto nel Medioevo, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, precisamente tra il 1181 e il 1226, in un contesto storico di transizione, caratterizzato dalla nascita dei Comuni, dal fiorire dei mercanti e da una forte disuguaglianza sociale.
Francesco è stato molto influenzato dal messaggio delle Beatitudini e ha scelto di incarnarle radicalmente nella sua vita: voleva interpretarle in modo pratico ed esistenziale, vivendole e predicandole ogni giorno. Per San Francesco, le Beatitudini evangeliche rappresentavano uno stile di vita basato su povertà radicale, umiltà, amore per il creato, carità e perdono.
San Francesco d’Assisi ha rielaborato le Beatitudini evangeliche (Mt 5,3-12): nelle sue Ammonizioni, non desiderava scrivere un trattato teorico, ma declinarle in spiritualità pratica.
Nelle sue riflessioni, alcune beatitudini assumono un significato emblematico.
I pacifici: nelle Ammonizioni, Francesco scrive che «sono veramente pacifici coloro che, qualunque cosa subiscano in questo mondo, per amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell’anima e nel corpo».
La povertà: assoluto fulcro del suo cammino. Per Francesco, farsi “poveri in spirito” non significa solo spogliarsi dei beni materiali, ma anche spogliarsi del proprio orgoglio, mettendo Dio al primo posto e considerandosi piccoli rispetto a tutti.
La perfetta letizia: quale sia la “perfetta letizia” ce lo racconta Francesco nel celebre racconto omonimo: «Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Angeli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta del luogo, e ’l portinaio verrà adirato e dirà: “Chi siete voi?”, e noi diremo: “Noi siamo due de’ vostri frati”, e colui dirà: “Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri; andate via”, e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all’acqua, col freddo e colla fame, infino alla notte, allora, se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo con pazienza e senza turbarci, pensando che noi dobbiamo amarle e sopportarle per amore di Cristo… Oh frate Leone, scrivi che in questo è perfetta letizia!».
Per San Francesco, dunque, la vera beatitudine e la gioia perfetta non stanno nei grandi miracoli, ma nell’affrontare con serenità e pazienza le umiliazioni, le offese e le difficoltà, riconoscendo che è proprio in queste prove che si segue l’esempio di Cristo.
I CAPISALDI DELLA REGOLA DI SAN FRANCESCO
Spiegare l’insegnamento di San Francesco significa tradurre la sua Regola in quattro capisaldi pratici: la minorità, cioè umiltà e servizio; la fraternità, cioè uguaglianza e accoglienza; la custodia del creato, cioè rispetto per la natura; e la povertà evangelica, cioè libertà dai beni materiali.
La minorità, ovvero essere gli ultimi per scelta, significa scegliere di non dominare sugli altri. Francesco voleva che i suoi frati fossero chiamati “minori”, ovvero servi della società, mettendosi all’ultimo posto. Oggi potremmo spiegarlo con la pratica dell’umiltà, mettendosi in ascolto del prossimo e rifiutando la logica del potere e della prevaricazione.
La fraternità, cioè sentirsi tutti parte della stessa famiglia, vuol dire riconoscere che tutti gli esseri umani sono figli dello stesso Padre e, quindi, fratelli. Oggi potremmo superare i pregiudizi, costruire ponti di dialogo e creare comunità inclusive basate sul rispetto reciproco.
La custodia del creato, cioè la natura come riflesso divino, emerge nel celebre Cantico delle Creature, dove gli elementi naturali sono chiamati fratello sole, sorella luna e madre terra. Il creato è sacro, vivo e va protetto. Questo è un tema molto attuale anche oggi: avere cura dell’ambiente, promuovere l’ecologia integrale e impegnarsi a vivere in armonia con il pianeta ci consente di realizzare la nostra vita superando il punto di vista antropocentrico e riconoscendoci parte del grande universo.
La povertà evangelica, cioè la libertà dalle cose, significa liberarsi dal superfluo per possedere ciò che conta davvero. Non si tratta solo di miseria, ma di spogliarsi dei beni materiali per riempirsi di spirito e carità. Nella nostra vita abbiamo la possibilità di imparare il distacco dalle cose materiali, di condividere ciò che abbiamo con chi è meno fortunato e di dare valore alle relazioni umane più che al possesso.
LA PREGHIERA PER SAN FRANCESCO
San Francesco considerava la contemplazione la forma di preghiera prediletta. Si trattava di un raccoglimento intimo e silenzioso vissuto in solitudine. Amava ritirarsi in luoghi isolati, come eremi o grotte, per entrare in dialogo profondo e diretto con Dio. La sua pratica si basava su due pilastri: la preghiera del cuore e la contemplazione della natura.
Esistono molti percorsi di meditazione e silenzio ispirati alla figura e agli insegnamenti di San Francesco d’Assisi; di seguito ripropongo una meditazione guidata, tra le tante che ho incontrato, che vuole essere un percorso di silenzio e riflessione per ritrovare la pace interiore.
Preparazione
Trova un luogo tranquillo, siediti comodamente e fai tre respiri profondi. Lascia fuori dalla stanza le preoccupazioni quotidiane e concentrati solo sul momento presente.
Ascolto della Parola
Medita sulle parole della celebre Preghiera semplice, attribuita al Santo. Ripeti interiormente questa invocazione, lasciando che ogni frase risuoni nel tuo cuore:
Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace.
Dov’è odio, fa’ ch’io porti l’amore.
Dov’è offesa, ch’io porti il perdono.
Dov’è discordia, ch’io porti l’unione.
Riflessione nel silenzio
Chiudi gli occhi e focalizzati sul significato di questi versi. San Francesco non ci chiede di cambiare il mondo con la forza, ma di agire come un canale di armonia. Chiediti:
In quali situazioni posso essere io il primo a portare comprensione?
Riesco a lasciare andare un rancore o un’incomprensione per fare spazio all’amore?
Il dono della speranza
Continua la meditazione con la seconda parte della preghiera, portando luce nelle aree più oscure:
Dov’è dubbio, ch’io porti la fede.
Dov’è errore, ch’io porti la verità.
Dov’è disperazione, ch’io porti la speranza.
Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.
Contemplazione e conclusione
Immagina la natura incontaminata della Verna o la semplicità della Porziuncola. Sii consapevole del creato attorno a te e del valore di ogni piccolo gesto.
Concludi la tua meditazione ringraziando per il dono della vita e recitando la celebre supplica francescana:
«O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio; dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta».
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'80 ANNI IN FESTA! ANNIVERSARIO DELL’ASSOCIAZIONE LA NOSTRAFAMIGLIA' di Simona Da Monte

17/6/2026

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In Italia, nell’ambito del supporto alla cura e alla riabilitazione dei minori con disabilità, opera da 80 anni l’Associazione La Nostra Famiglia. Questo ente è stato prezioso per me, perché grazie ad esso ho potuto costruire una sana identità e raggiungere la mia autonomia personale.
Il Beato Luigi Monza (1898–1954) è stato un sacerdote ambrosiano, fondatore dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità e dell’Associazione La Nostra Famiglia.
Luigi Monza nacque a Cislago, in provincia di Varese, nel 1898. Dopo un’intensa attività pastorale e dopo aver sofferto l’ingiustizia del carcere durante il fascismo, dedicò la sua vita ai più deboli.
L’Associazione La Nostra Famiglia è un ente italiano senza fini di lucro che si occupa di cura, riabilitazione e ricerca scientifica per persone con disabilità, con un’attenzione particolare all’età evolutiva, cioè a bambini e adolescenti. L’Associazione accoglie e cura minori con disturbi dello sviluppo e disabilità fisiche, psichiche o sensoriali.
La Nostra Famiglia promuove la ricerca scientifica attraverso l’Istituto Scientifico Eugenio Medea, IRCCS con sede centrale a Bosisio Parini, in provincia di Lecco.
L’Associazione opera anche nei Paesi in via di sviluppo attraverso OVCI La Nostra Famiglia E.T.S., una ONG riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. OVCI realizza interventi di riabilitazione, formazione, assistenza sociale, medicina di base ed educazione allo sviluppo, attraverso la collaborazione con enti e associazioni locali. È presente anche in Ecuador, Sudan, Sud Sudan, Brasile, Cina e Marocco.
All’interno della struttura di Bosisio Parini sono presenti il CDC Team Infanzia, la scuola primaria, la scuola secondaria di primo grado e il centro di formazione professionale, dove bambini e ragazzi sono seguiti da insegnanti ed educatori specializzati.
Il 28 maggio 2026 l’Associazione La Nostra Famiglia ha festeggiato gli 80 anni di vita. Tanto è passato dal 28 maggio 1946, quando i primi due bambini, Umberto e Vera, furono accolti nella casa di Vedano Olona.
Per l’occasione, La Nostra Famiglia ha invitato operatori, educatori, insegnanti, famiglie, bambini e ragazzi nelle varie sedi, per celebrare insieme questa tappa importante. Io mi sono recata alla sede di Bosisio Parini per unirmi ai festeggiamenti.
L’animazione è iniziata nel primo pomeriggio con lo spettacolo di un mago-prestigiatore, per poi proseguire con il taglio della gigantesca torta degli 80 anni, creata con grande maestria dai meravigliosi ragazzi del CFP.
Nella hall sono stati stesi degli striscioni, uno per ogni grado scolastico, sui quali tutti gli alunni e le alunne delle scuole della sede di Bosisio Parini hanno potuto lasciare la propria impronta colorata.
Dopo la celebrazione della Santa Messa, alle ore 17.00, officiata dal parroco di Molteno, don Giandomenico Colombo, la giornata di festa è proseguita con l’inaugurazione della mostra fotografica degli Inclusive Winter Games, il primo evento celebrativo degli 80 anni dell’Associazione.
Gli Inclusive Winter Games sono stati una kermesse sportiva, sociale e inclusiva che si è tenuta dal 9 all’11 febbraio, in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Ho partecipato con molto entusiasmo a quell’evento e ho potuto sciare per la prima volta nella mia vita.
Il pomeriggio si è concluso con un allegro aperitivo condiviso con le famiglie e gli operatori.
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'Le radici delle pratiche meditative' di Lorenzo Manfredini

17/6/2026

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Meditare non significa una cosa sola.
È una parola grande. Forse troppo grande. Dentro ci stanno molte stanze.
C’è la meditazione di consapevolezza, che insegna a osservare senza reagire subito.
C’è il respiro consapevole, che riporta il corpo nel presente quando la mente corre più veloce della vita.
C’è il body scan, che ascolta le tensioni come piccole frasi scritte nei muscoli.
C’è il training autogeno, con la sua grammatica di peso, calore e calma.
C’è il rilassamento progressivo, che passa dal corpo per parlare al sistema nervoso.
C’è il mental training, che allena focus, continuità e preparazione all’azione.
Ci sono le visualizzazioni guidate, la dinamica mentale, l’autoipnosi, le affermazioni positive, i mantra, la meditazione camminata, le pratiche compassionevoli e contemplative.
Sono radici diverse.
Alcune portano acqua alla mente. Alcune al corpo. Alcune all’immaginazione. Alcune al senso. Alcune semplicemente ti fanno accorgere che eri tornato via da te, senza fare rumore.
Nella Fortezza Digitale queste pratiche non vengono usate come tecniche isolate.
Non sono un catalogo. Non sono una vetrina. Non sono “scegli quella che ti piace di più”.
Sono porte di accesso. Modi diversi per entrare nell’esperienza. Strumenti da usare con ordine, rispetto e progressione.
Perché a volte serve calmarsi.
A volte serve concentrarsi.
A volte serve immaginare una direzione.
A volte serve sciogliere una tensione.
A volte serve soltanto respirare abbastanza da non consegnare la giornata al primo pensiero che passa.
La meditazione, prima di essere una tecnica, è una domanda.
Dove sono adesso? Da quale punto della mia esperienza sto partendo? Che cosa ha bisogno di essere ascoltato: la mente, il corpo, l’immagine, la parola, il silenzio?
Ogni radice porta acqua a una parte diversa dell’esperienza.
E forse il lavoro interiore comincia proprio qui: non nel cercare la pratica perfetta, ma nel riconoscere quale porta è giusta oggi.

Scopri di più: stepcacademy.com

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'Sentirsi a casa propria..' di Luca Botter

1/6/2026

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Nel mese di Marzo abbiamo partecipato ad un evento molto bello... Un evento fatto di interventi illuminanti, momenti gioiosi, crescita consapevole.... Con queste poche righe vorrei potervi trasmettere quello che ho provato su di me durante quella giornata. 
Appena arrivato, l' emozione più forte è stata quella di rendermi conto di sentirmi a casa, salutando tutti voi con un abbraccio era come rientrare a casa dopo diversi giorni e poter riabbracciare i componenti di questa famiglia. 
Questa consapevolezza è scattata nel momento in cui mi sono posto un forte dubbio su come vivo il resto del mio tempo rapportato soprattutto al lavoro. Il lavoro di tutti i giorni è un luogo dove vivo nella continua sensazione di non poter essere me stesso, di sentirmi spesso giudicato, di dover fare sempre attenzione a quello che dico o quello che faccio. Questo comportamento per nulla spontaneo mi fa provare una sensazione poco piacevole in relazione e in contrapposizione al mio sempre più crescente desiderio di vivere senza maschere e senza alcuna paura del giudizio. È palese che questo mio desiderio diventa realtà nel momento in cui mi relaziono con alcune tipologie di persone che vivono e condividono il mio stesso pensiero.
Un' altra cosa evidente in me quando stacco dalla realtà quotidiana e riprendo contatto con tutti voi è l'espressione del mio viso, la serenità che mi pervade. Divento più luminoso. 
Credo che riconoscere quello che succede dentro di noi in queste situazioni diverse tra loro sia un passo importante per avere consapevolezza e per capire cosa effettivamente percepiamo possa farci bene e cosa no.
Con questa consapevolezza siamo sicuramente più liberi e più responsabili verso noi stessi nelle scelte di vita, quelle scelte che possono determinare il nostro futuro. Auguro a tutto VOI un futuro luminoso e consapevole, fatto di amore e persone meravigliose.
Grazie
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'Nuovi Rami' di Luca Botter

1/6/2026

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Quante volte mi sono detto: “sono proprio uno sfigato” oppure “credo di essere la pecora nera della famiglia”. Queste esclamazioni, sebbene non particolarmente incoraggianti, possono essere rivelatrici di qualcosa di molto profondo ed evolutivo.
Nascono da chi percepisce un richiamo interiore che lo spinge a mettere in discussione abitudini, convinzioni e tradizioni tramandate per generazioni.
Queste persone vengono talvolta etichettate come “pecore nere”, perché non seguono il percorso già tracciato, non accettano passivamente ciò che è sempre stato considerato normale. Essi non rompono la catena familiare per distruggere, ma per trasformare.
Attraverso la loro sensibilità ed il loro coraggio, iniziano inconsapevolmente a sciogliere alcuni nodi come paure tramandate, sacrifici non riconosciuti e sogni rimasti incompiuti.
Chi porta questo ruolo dentro la propria famiglia spesso attraversa momenti di incomprensione, solitudine e giudizio.
Gli alberi genealogici tendono a crescere seguendo schemi che si ripetono nel tempo. Per questo, quando qualcuno prova a cambiare direzione, il sistema familiare può reagire con resistenza. Non perché ci sia cattiveria, ma perché ciò che è conosciuto sembra più sicuro di ciò che è nuovo. Così, chi osa aprire una strada diversa si trova spesso a camminare tra conflitto e trasformazione, ma è proprio da questi passi coraggiosi che nascono nuovi rami. Ogni scelta consapevole, ogni limite superato, ogni verità finalmente espressa diventa un seme che modifica la storia familiare. Dove prima c’era paura può nascere libertà, dove c’era silenzio può emergere autenticità, dove c’era rassegnazione può sbocciare possibilità.
Per questo motivo, chi sente di essere “diverso” non dovrebbe considerarlo un difetto, ma una rara benedizione. 
La propria sensibilità, la propria inquietudine e la propria capacità di vedere oltre ciò che è stato insegnato sono strumenti preziosi. Sono come un fiore raro che cresce su un ramo dell’albero genealogico per ricordare che l’evoluzione è possibile.
Custodisci dunque la tua unicità con rispetto e amore. Non soffocare la tua voce per adattarti a ciò che non ti appartiene. Ogni passo che compi verso la tua verità non è solo un atto personale, ma un dono silenzioso anche per chi è venuto prima di te e per chi verrà dopo.
Forse, senza saperlo, stai realizzando sogni che i tuoi antenati hanno dovuto mettere da parte. Forse stai aprendo porte che per molto tempo sono rimaste chiuse e proprio per questo la tua esistenza ha un valore che va oltre la tua singola storia.
L’albero genealogico non vive solo delle sue radici, ma anche dei nuovi rami che hanno il coraggio di cercare la luce.
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'Convegno STEP: una traccia che resta' di Lorenzo Manfredini

26/3/2026

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Caro Socio, Cara Socia, Cara Amica, Caro Amico del cammino STEP,
ci sono eventi che finiscono. E poi ci sono incontri che, anche quando si concludono, continuano a vivere dentro.
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Il Convegno “Presenza, Coscienza e Cambiamento” è stato uno di questi.
Si è chiuso con immagini semplici e piene: un aperitivo condiviso, fotografie, chiacchiere leggere, abbracci veri. E in quei gesti, apparentemente piccoli, si è raccolto qualcosa di grande:
il senso di una comunità viva.
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​Una presenza che si è fatta esperienza
Questa giornata ha lasciato una traccia indelebile grazie ai suoi protagonisti:
Daniele Trevisani, Lorenzo Savioli, Angelo Gemignani, Marcello Monsellato, Umberto Baglietti, Maurizia Pambianco,
insieme a tutto lo staff e alla meravigliosa ospitalità del' Istituto Cortivo. E soprattutto grazie a una regia silenziosa e potente: l’organizzazione attenta, precisa e profondamente umana di Maurizia e dei supervisori, che hanno saputo accogliere, accompagnare e sostenere ogni momento dell’incontro con presenza autentica.
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Un tema vivo: presenza, coscienza, cambiamento
Il tema del convegno non è rimasto nelle parole. È stato portato nella vita. Abbiamo visto professionisti che non parlano solo di crescita, ma che la incarnano nelle loro scelte, nelle loro professioni, nei loro percorsi.
È qui che la filosofia STEP si è mostrata per ciò che è: una scuola di vero pregio, perché capace di diventare pratica, esperienza, trasformazione.

Scienza, coscienza, responsabilità
Angelo Gemignani, professore e direttore delle neuroscienze di Pisa, ci ha accompagnati in un viaggio affascinante tra ricerca e consapevolezza.
Dalla meditazione agli studi sulla coscienza, fino all’incontro con il Dalai Lama, ha aperto spazi di riflessione in cui la scienza non chiude, ma dialoga con il mistero.
Marcello Monsellato, con il suo approccio pragmatico, intuitivo e spirituale, ci ha portati dentro la complessità del rapporto tra salute, malattia e responsabilità.
Un invito chiaro: non separare, ma integrare. Non delegare, ma partecipare.
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Relazioni, professioni, trasformazione
Umberto Baglietti ci ha ricordato che comunicare non è trasmettere informazioni, ma co-regolare relazioni tra persone e professionisti. E nel pomeriggio, le testimonianze di
Pietro Cudia, Cosimo D’Ambrosio, Cristina Turconi, Susanna Cancelli, insieme agli altri interventi, hanno dato voce a qualcosa di raro: storie vere. percorsi concreti. sviluppi, battaglie, scoperte. Non modelli ideali, ma vite in cammino.
 
Un momento di bellezza
La sala si è lasciata attraversare anche dalle immagini e dalle parole in meditazione di Alessandro Piazzetta, che ha portato profondità, silenzio e visione in uno spazio visto dal cuore.
 
Cosa ci portiamo via
Forse la domanda più importante non è “cosa abbiamo imparato”. Ma: “Cosa è cambiato nel modo in cui guardiamo?” Ci portiamo via un’immagine viva della scuola STEP. Non teorica. Non ideale. Reale. Rappresentata dalle persone che la abitano. Dai professionisti che la incarnano. Dalle relazioni che la rendono possibile. Una scuola che non insegna solo strumenti, ma coltiva presenza, coscienza e responsabilità.
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E per concludere
Quello che è accaduto non si esaurisce in una giornata. Continua nei gesti che faremo. Nelle parole che useremo. Nelle persone che accompagneremo. Perché, in fondo, il vero convegno inizia adesso. Con gratitudine profonda per ognuno di voi, 
Lorenzo Manfredini
UP STEP Consapevole - APIC
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'GENERAZIONI: L’ARTE DI CREARSI OPPORTUNITA’' di Giada Ragone

16/3/2026

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Una parte della Gen Z in questi anni si diploma o si laurea e si trova di fronte la sfida di crearsi un’opportunità lavorativa.
Quando si siedono a colloquio, probabilmente il datore di lavoro appartiene a una Gen X o ai Baby Boomer e la comunicazione che si instaura segue due linee valoriali differenti:
- Benessere e salute mentale vs sacrificio;
- Scopo e impatto etico vs prestigio e profitto;
- Autenticità e trasparenza vs gerarchia formale;
- Flessibilità radicale vs presenzialismo.
Tra le domande “provocatorie” che i ragazzi della Gen Z fanno più spesso durante un colloquio per testare la coerenza di valori troviamo:
- Come viene gestito il carico di lavoro in carenza di personale? Ci si aspetta reperibilità anche dopo l’orario di lavoro? E i weekend? (“non ho intenzione di esaurirmi per voi”);
- Se finisco i miei task in 4 ore invece che in 8, posso smettere di lavorare o devo restare comunque connesso? (valutano se il lavoro è misurato per obiettivi o per controllo fisico);
- Qual è il processo per dare un feedback a un mio superiore se penso che una sua decisione sia sbagliata? (vogliono sapere se la loro voce conta davvero o se devono solo eseguire ordini);
- Qual è lo stipendio e dopo quanto tempo è previsto un aumento basato sui risultati? (detestano i tabù sul denaro e le promesse vaghe di “crescita futura”.
Il datore di lavoro interpreta queste domande:
- Mancanza di “fame” (se chiede del weekend ancora prima di iniziare non è orientato ai risultati, non ha la “grinta” necessaria per crescere);
- Eccessiva fragilità (le richieste a tutela del benessere mentale spesso vengono lette come un segnale che il candidato non reggerà lo stress, le scadenze urgenti o le direttive);
- Poca lealtà (vedere un giovane che mette paletti rigidi viene percepito come un segnale che, alla prima difficoltà o offerta migliore, il ragazzo se ne andrà).
Finché questi due modi di camminare nel mondo non impareranno ad accettarsi e coesistere, entrambi rimarranno delusi e frustrati perdendo l’opportunità di godere del potenziale immenso che nasce dall’utilizzo di tutti gli strumenti che le generazioni differenti portano con sé dalla loro esperienza di vita.
Non c’è un designato per fare il primo passo. E allora inizia tu datore di lavoro o ragazzo alla ricerca di occupazione. Accetta che questo modo diverso di leggere il mondo esiste, esprimi e rispetta i tuoi valori e ascolta e rispetta quelli dell’altro, sii disposto ad ascoltare e ad empatizzare con la diversità per crearti l’opportunità che cerchi.
Se rimaniamo fermi, lasciamo che altri decidano per noi. Se agiamo consapevolmente le opportunità che si creeranno saranno autentiche per noi e il benessere ne seguirà.

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'LO SENTO PROPRIO ORA. MA E’ LEGATO AL PRESENTE?' di Giada Ragone

16/3/2026

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Quando ricopro il ruolo di team leader è sempre una sfida creare feeling con i ragazzi: quei momenti di connessione umana potentissimi dove provo un senso di benessere, la presenza dell’altro o del team mi mette a mio agio e anche loro sono felici di trovarsi in mia compagnia.
La connessione si manifesta a passo diverso: con alcuni è istantanea, con altri c’è necessità di comprendere e abbracciare la loro visione del mondo molto differente dalla mia, con altri si manifesta a intermittenza.
Con una ragazza invece, non si è mai verificata. La cosa che mi ha scosso non è la sua resistenza o poca partecipazione nel creare le condizioni fertili, quanto il mio blocco. Non mi era mai capitato di non riuscire a creare MAI un singolo momento di connessione in una collaborazione di 3 anni.
Le nostre strade si sono divise e per diverso tempo, ho ripensato a quella ragazza in uno stato di profonda afflizione. “C’è qualcosa di più profondo”, mi diceva un’intuizione, ma appena quella vocina si faceva strada, cresceva la paura e allontanavo immediatamente la possibilità di approfondire.
In una visualizzazione guidata rivissi i momenti:
- in sua presenza mi si appiccicava immediatamente addosso un alone di frustrazione e tristezza e non riuscivo più a scollarlo, lo sentivo su di me, nell’aria e addosso a tutti i presenti nella stanza;
- quando mi vedeva lasciava passare qualche secondo, mi si avvicinava e mi vomitava addosso qualche lamentela di qualche genere su un collega, un cliente o un tema organizzativo facendomi sentire in difetto perché non avevo risolto o considerato il problema;
- tono arrogante, pretenzioso e irrispettoso;
- dopo averla ascoltata attivamente prendevo la parola e se le mie parole non erano nell’ordine “hai ragione risolvo il problema” interrompeva la conversazione rispondendomi “tu non mi capisci”, girava le spalle e se ne andava;
- perenne stato di vittimismo ed ogni manovra che tentassi produceva risultati positivi della durata di pochi giorni, e poi tutto tornava alle condizioni iniziali;
Dopo qualche mese diventò talmente insopportabile per me che evitavo di incontrarla da sola per evitare che mi succhiasse tutte queste energie, comunicazione essenziale solo quando richiesta da lei telefonicamente. Come risultato ottenni che ogni volta che ci incontravamo fisicamente a distanza di tempo era sempre peggio, lei era sempre più carica e io mi scaricavo sempre più rapidamente.
In un momento della visualizzazione vidi il volto di mia madre al posto di quello della ragazza.
Le emozioni che provavo erano reali e le provavo in quel momento, con quella ragazza li presente. Ma non erano legate al momento presente.
La volontà di migliorare il rapporto con mia madre è nata da questa consapevolezza, da un’eco del passato.
Alla prossima sfida che toccherà le stesse corde mi domanderò: “Quello che sento è legato al presente o è l’eco del mio passato”?

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'RIDI DI TE, CON TE E CON GLI ALTRI !!!' di Giada Ragone

16/3/2026

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Sono sempre stata affascinata dalle dinamiche relazionali che utilizziamo per comunicare con il mondo.
Studio per acquisire sempre più strumenti utili alla mia crescita, perfezionando così il mio modo di relazionarmi con i miei cari e i miei collaboratori, donando il mio miglior contributo sempre più autentico.
In anni di studio tuttavia, non ho ancora trovato un valido avversario che sostituisca il mio strumento per eccellenza al primo posto sul podio…….
Un pomeriggio di 10 anni fa ero pronta per partire verso una nuova esperienza lavorativa in un hotel del Trentino. Al treno mi accompagnò un ex collega, mentore e amico.
Mentre aspettavamo il treno gli dissi: “Sai, non sono proprio sicura di riuscirci. Imparo in fretta ma non ho mai lavorato in brigate così grandi, sono tutti stranieri e lavorano insieme da anni. Ce la farò ad inserirmi?”.
Lui mi guardò e scoppiò a ridere, poi disse: “Cosa importa dove vai, con chi stai, in quali condizioni ti trovi o se sei capace o meno. Tu trovi sempre il modo di fare la differenza!”.
Solo 5 anni dopo riuscì a capire qual era quel modo che faceva la differenza.
A quanto risultava dai feedback che collezionavo, le emozioni di positività che trasmettevo con genuine risate anche in momenti di difficoltà, contagiavano i miei colleghi che, rispecchiandosi, affrontavano nuovi scambi relazionali trasmettendo altrettanta positività. Erano più propensi a condividere le mie opinioni, più collaborativi e all’opposto meno propensi a mettermi i bastoni fra le ruote o creare attriti e conflitti anche nel caso in cui io non fossi il leader ufficiale del team. Quando le nostre strade si separavano, si ricordavano di me a distanza di anni: di me e del mio RISO!
Personalmente amo quello basmati ma non è il riso che intendo! Si ricordano della mia ilarità, dell’espressione gioiosa del viso strettamente collegata con clima positivo, stimolante e pacifico di tutto il team.
2 anni dopo ancora, scoprì i benefici di allenare la nostra INTELLIGENZA EMOTIVA.
Alla scoperta dell’importanza che la mia risata autentica ha per me:
RIDO DI ME quando mi visualizzo nell’atto di compiere un’attività che mi spaventa o quando inciampo nella punta dei miei stivali provando i balli country!
RIDO CON ME quando ricordo le sfide superate o quando riconosco che sto ricadendo in un’abitudine disfunzionale!
RIDO CON GLI ALTRI almeno una volta in ogni scambio, anche solo per 1 secondo, anche se potrebbe suonare fuori contesto!
Si, ci ho messo tempo! Il tempo che mi serviva. Oggi riconosco che il mio riso è autentico, ed è il mio talento!
E tu?! Ti riconosci i tuoi talenti? Intanto che ne scopri uno e poi il successivo, ricordati di approfittare di ogni momento per una risata autentica!!!!!

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“La trappola dell’ansia anticipatoria” di Stefano Martalò

16/3/2026

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Era il 17 aprile 2018 quando ricevetti quel messaggio da Milena: “5 maggio lancio con il paracadute!”. Domanda secca: “Dove???????”.  Risposta: “Molinella”.
Mi informai fin da subito e appresi che il volo prevedeva un lancio da quota 4000/4200 metri con una caduta libera di 60 secondi a oltre 200 km/h per poi affrontare 7 minuti circa di discesa a vela aperta. 
In quei 15 giorni che precedevano il grande salto l’eccitazione era massima, la percezione del pericolo lontana, probabilmente ovattata in quella sensazione inconsciamente consolatoria di chi conosce bene i tempi di attivazione dell’adrenalina. A tre giorni dall'evento, il copione improvvisamente cambiò: l'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una vibrazione più profonda e meno goliardica. L'ansia anticipatoria, con il suo corredo di dubbi legittimi, si presentò in tutto il suo 'splendore' per occupare la mia mente. Come un ospite ingombrante, iniziò a dipingere scenari dalle tinte scure, insinuandosi tra le crepe di quella leggerezza che mi aveva accompagnato fino a poco prima.
Timidamente cominciai a mettere in dubbio la fattibilità del lancio, visitando tutti i siti meteo immaginabili. Passai due giorni a pensare a improbabili statistiche su incidenti legati ai lanci con il paracadute e proiettare vividamente nella mia mente scenari tra i più catastrofici. L’eccitazione non esisteva più, era un ricordo lontanissimo, svanito. La sera della vigilia a Reggio Emilia pioveva ed io comincia a intravedere una piccola via di fuga per non dover rendere conto al mio orgoglio. La pioggia primaverile in quel momento mi parve una carezza dolcissima, tuttavia, non fu sufficiente a regalarmi il sonno. 
Al mattino vidi una luce opaca, pallida filtrare dagli scuri e un messaggio sul cellulare: “Sei carico? Si va!”. Non ero carico, ma cominciavo a rassegnarmi. Il silenzio durante l’ora e mezzo di viaggio si presentò rumorosissimo almeno quanto il mio battito.
Una volta arrivato al campo, dopo alcune raccomandazioni fui trasportato in un campo ai piedi di un aeroplanino troppo piccolo. Tramite una cassetta della frutta appoggiata come gradino ai piedi del portellone, salii a bordo, trovandomi improvvisamente circondato da surfisti del vento con tuta alare. Il silenzio della compagnia fino a quota 300m fu palpabile, ma una volta superata la quota di non ritorno l’entusiasmo dei presenti esplose. 
Ad uno ad uno si lanciarono fino a quando fu il mio turno in tandem con l’istruttore. Con il portellone aperto e le gambe penzoloni a 4.200 m di altitudine, una folata fortissima di vento portò via con sé il mio ospite ingombrante prima di precipitare nel vuoto. In pochi istanti mi resi conto di essere sospeso nel vuoto. Stavo volando... letteralmente. Fu l’esperienza più potente della mia vita, un’esplosione di libertà che fino a trenta minuti prima ero pronto a negarmi. Mi ero quasi arreso, condizionato da un’ansia che aveva disegnato scenari catastrofici e ombre impenetrabili. Solo una volta a terra, dopo aver goduto a pieno di quell’esperienza, mi resi conto di quanto siamo condizionabili: quelle pareti insormontabili e quei dubbi soffocanti non avevano mai avuto consistenza, erano solo proiezioni della mia mente, fantasmi svaniti davanti alla realtà di un orizzonte infinito e una sensazione di libertà presente in ogni cellula del mio corpo.  

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“La responsabilità dell’aiuto consapevole” di Stefano Martalò

16/3/2026

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Aiutare qualcuno è un atto di profonda generosità, tuttavia esiste un confine sottile, talvolta invisibile, tra il sostenere e il sovrastare, fino a sostituirsi. Quante volte di fronte a una persona in difficoltà siamo stati tentati di fornire soluzioni immediate per alleviare il dolore o la sofferenza sostituendosi al tempo e negando l’opportunità all’altro di rifiorire con le proprie risorse e secondo i propri ritmi.
Sostituirsi all’altro toglie responsabilità, comunica implicitamente un messaggio di sfiducia, crea aspettative e dinamiche talvolta tossiche nell’altra persona, diventando paradossalmente un atto di "gentile prepotenza”. Non è possibile aiutare una persona de-responsabilizzandola, non è immaginabile prendersi carico di sofferenze altrui pensando di eliminare parte del peso emotivo con la presunzione di diradare arbitrariamente le sue ombre.
Il valore dell’aiuto consapevole è la presenza autentica, l’ascolto non giudicante, il tempo lento senza scorciatoie. La presenza che non solletica l’ego più profondo e non fa sentire indispensabili, che abbandona l’idea frettolosa e il desiderio più nobile di risparmiare dolore o fatica. C’è sempre un tempo per tutto, spesso ciclico come il trascorrere delle stagioni e anche per questo motivo, ognuno di noi deve avere il diritto e l’opportunità di affrontare le proprie sofferenze o difficoltà. 
Accompagnare in questo senso significa dare fiducia all’altro, tendere la mano in modo consapevole, restituendo forza ed energia da rimettere in circolo nel proprio cammino. Questo tipo di responsabilità nei confronti e soprattutto nel rispetto dell’altro, richiede una grande maturità emotiva in quanto lascia all’altra persona uno spazio essenziale di autonomia e un tempo necessario.
La responsabilità dell’aiuto consapevole è un atto di amore disinteressato che riconosce l’altro non solo nella sua “interezza”, ma soprattutto nelle fragilità e nelle frammentazioni che emergono dalla sofferenza o dalle difficoltà. È un atto di amore immenso che non colma semplicemente un vuoto, ma restituisce all'altro la responsabilità di abitare nuovamente la propria vita.

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“Olimpiadi e simbologia”, di Costantina Censurato

16/3/2026

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Significato simbolico
Il simbolo delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 è l’ermellino nella muta estiva e in quella invernale. L’ermellino come animale totem simboleggia purezza, nobiltà, agilità e un’astuzia coraggiosa, agendo come guida spirituale per chi cerca trasformazione e controllo degli istinti. Conosciuto per il manto che diventa bianco in inverno, rappresenta l’incorruttibilità, la capacità di adattarsi e una profonda connessione con l’intuizione e l’energia. 
I due protagonisti: Tina e Milo
Tina e Milo, sono gli ermellini, mascotte ufficiali, scelti per rappresentare l'agilità, l'adattabilità e lo spirito italiano, con particolare riferimento all'ambiente alpino e al cambio di stagione. 
Tina (bianca, Olimpica): Simboleggia la neve, la purezza e l'eleganza degli sport invernali. Il suo nome deriva da Cortina.
Milo (bruno, Paralimpico): Nato senza una zampina, ha imparato a usare la coda per muoversi, rappresentando la resilienza, la determinazione e la capacità di trasformare la diversità in un punto di forza. Il suo nome deriva da Milano. 
Connessione con il territorio e lo spirito olimpico
Nomi: I nomi Tina e Milo richiamano direttamente le due città ospitanti, sottolineando l'unione tra la città (Milano) e la montagna (Cortina).
Inclusione: Come fratelli, uno bianco e uno marrone, Tina e Milo rappresentano la parità tra le discipline Olimpiche e Paralimpiche, trasmettendo un messaggio di unità e fratellanza.
Le mascotte rendono il progetto olimpico più accessibile, simpatico e facile da riconoscere per il pubblico, specialmente per i bambini. Tina e Milo portano un messaggio di positività, incoraggiando gli atleti e il pubblico a essere agili, resilienti e rispettosi dell'ambiente.
Significato simbolico personale: risiede nel fatto che le Olimpiadi nacquero ad Olimpia, situata nel Peloponneso in Grecia, culla dei giochi olimpici antichi, in onore di Zeus. Mia sorella si chiama Olimpia e ogni qualvolta nomino le Olimpiadi il mio pensiero è rivolto a lei, in quanto presenta, per me, tutte le caratteristiche psicologico-agonistico-comportamentali movens dello spirito Olimpico. Resilienza, disciplina e costanza, resistenza, determinazione, motivazione e ambizione, fair play e lealtà, competizione sana e divertimento, descrivono la mia Olimpia e il suo impulso a superare i propri limiti fisici, non solo per vincere una gara ma per migliorarsi continuamente nella maratona della vita.

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'Su un binario morto, come prosegue il viaggio?' di Mauro Ortelli

27/2/2026

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​Il destino a volte ci fa arrivare, inaspettatamente, ad un binario morto.
La vita sembra trascorrere secondo uno schema consueto. Tanti problemi da risolvere, certo, ma anche gioie e nuovi sogni.
Si attraversano periodi in cui ci si arrabatta per portare a termine un progetto, o si avanza con più fatica nel vivere quotidiano.
Ma il futuro è là, in qualche modo ci aspetta.
Poi, all’improvviso, una sequenza di eventi, una svolta improvvisa, e ci si trova in un luogo che non era scritto sulla nostra mappa, oltre non c’è più viaggio.
Un veloce evolvere dello stato di salute, la febbre, il dolore che cresce sempre più fino a diventare insopportabile.
Poi l’annuncio del medico che non lascia scampo.
Com’è stato possibile capitare qui così velocemente?
Ora che cosa si fa?
Come si organizza il tempo che rimane?
Che cosa si lascia alle persone amate?
Per le persone vicine è, a loro volta, come un forte terremoto: le sicurezze di prima sono state sbriciolate, il terreno su cui si poggiavano i piedi ora è del tutto instabile.
Inizia la frenesia del cercare aiuto, una strada da percorrere nella direzione di una guarigione, seppur miracolosa.
Si arriva a spendere qualsiasi cifra per una speranza.
Ma se il viaggio veramente si interromperà a breve?
Esiste una maniera sapiente per affrontare la fine della vita terrena?
Esiste un modo sensato, cioè pieno di senso, per chi è accanto ad una persona amata che ci lascerà, senza impazzire di dolore?
Vorremmo trattenerla con tutte le nostre forze, e invece ci tocca lasciarla andare, ma come riuscirci?
In questo lutto – prima che sopraggiunga morte – le domande fanno scintille nella testa e nel cuore, si cercano risposte ma nessuna è accoglibile, le risposte stanno a zero.
Nell’esperienza del counselling, come si accompagna la persona morente, e come si elabora il lutto?
La presenza sembra essere un punto centrale.
Poter condividere emozioni autentiche.
La relazione diventa uno spazio umano reale davanti alla morte.
Accogliere – senza giudizio – rabbia, disperazione, negazione.
Permettere alla persona di essere ciò che è, anche quando ciò è scomodo per familiari o curanti.
E quando poi giunge il trapasso?
Potrebbe essere utile approfondire gli studi di Elisabeth Kübler-Ross (1926-2004), di cui si celebrerà quest’anno il centenario della nascita, e l’esperienza degli hospice.
Ad esempio, ha delineato uno schema del lutto (La morte e il morire, Cittadella Ed., 2014) che prevede cinque fasi: negazione (shock/rifiuto), rabbia, contrattazione (patteggiamento), depressione (dolore/consapevolezza) e accettazione.
Anche don Luigi Verdi da molti anni si è trovato ad avere a che fare con questi temi, in particolare con il dolore più grande, cioè per un genitore affrontare la morte di un figlio o una figlia.
Per questo è nato il gruppo Naín, che si ritrova mensilmente alla Pieve di Romena.
Nell’esperienza di don Luigi Verdi è importante abitare le domande, perché cercare risposta, sia nell’elaborazione psicologica del lutto, sia spiritualmente tramite preghiere e messe, significa girare comunque attorno al dolore, che continua a prendere vigore.
Per accompagnare le persone che vivono un lutto, lui dice:
«Abitare la domanda vuol dire camminare, piangere, sognare, sperare con loro.»
«Chi muore ha ancora un’energia immensa che si diffonde ovunque. Chi non c’è più manda mille messaggi a chi resta. Se sei attento, li cogli.»
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'Biscotti Balhsen e Coaching' di Alessia Gallani

27/2/2026

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Ormai non mi chiedo più il perché di certe mie scelte, meglio ancora, non mi faccio più tante domande.
Mi fido di me.
Ho la certezza che quello che sto facendo è ciò che desidero….
La domanda che mi faccio è quella suggerito da Lorenzo Manfredini:”Sto facendo proprio quello che voglio?”
E ancora: “Sto dicendo ciò che voglio?”
Sembrano domande semplici ma c’è stato un tempo in cui non ero più sicura nemmeno del cibo che mangiavo.
Un tempo, non lontano, che non avevo nemmeno pensieri, avevo solo dei doveri.
Strade a senso unico che mi intristivano.
Torno quindi alla scelta di un nuovo lavoro trovato su Indeed : due giorni di promozione di un nuovo biscotto Bahlsen, in un centro commerciale non lontano da casa mia.
Mia figlia rideva nel vedermi mandare la candidatura ma rideva anche quando ho tentato il casting delle comparse del “Diavolo veste Prada”, perciò lo faccio comunque e mi hanno preso!....
Non per il film ovviamente …
Un bel sabato e domenica in un supermercato invece del solito fine settimana in casa!
Quello di cui vorrei parlare non e' del divertimento nel conoscere gente e parlare tutto il giorno offrendo biscottini ma della qualità del conoscere gente e parlare tutto il giorno ecc ecc.
All'inizio, intendo ore 9, ero spaventata da tutte quelle persone da “convincere” all'assaggio ed eventuale acquisto ma poi ho fatto mio tutto ciò che ho imparato in questi anni ed ho ascoltato, visto e sentito.
Ho venduto tanto, tutto ciò che era a mia disposizione e l'agenzia mi ha chiesto quale fosse il segreto.
In realtà nessun segreto: ho individuato il tipo di personalità in base al tipo di risposta che mi veniva data nel primo contatto.
Ho modificato il saluto e l'approccio osservando le espressioni del viso , il modo di muoversi e di guardare me ed il prodotto; ho controllato che tipo di prodotti fossero già presenti nel carrello ed ho individuato il cliente tipo.
Ho sottolineato e ripetuto ed anche enfatizzato( gioco sleale forse), le frasi a me rivolte così da creare una relazione .
Ho chiesto i nomi dei bambini, mi sono rivolta a loro con il permesso dei genitori, ho chiesto sempre il permesso anche solo di parlare con qualcuno: “Posso….?”
Comunicazione gentile.
La disponibilità all'ascolto di tutto ciò che mi veniva incontro ha fatto la differenza.
Quel “Noi” che abbraccia….ero io ma io ero anche gli altri e gli altri erano me.
Solidarietà, ascolto, aiuto, comprensione ed anche affetto.
Sessione di coaching ben riuscita, obiettivo raggiunto.
Mi sono celebrata comprando un pacchetto di biscotti!!
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'Cosa vedono gli occhi di Lorenzo?' di Alessia Gallani

27/2/2026

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E come vedono?
Sicuramente non guardano e basta…
Durante l'ultimo seminario gli ho chiesto se potevo avere qualche minuto del suo tempo.
Lui si è girato, lasciando la conversazione con una allieva e mi ha “ vista”.
Io non ho riconosciuto subito il suo sguardo perché credo di non aver mai avuto la totale disponibilità di ascolto che invece il mio Maestro in quel momento mi stava regalando.
Mi sono scioccamente innervosita perché Lorenzo mi mette un po' in soggezione e non riesco quasi mai a dire quello che vorrei ma qualcosa di simile….
I suoi sono occhi grandi, che guardano dritto dritto nei miei, nel mio animo….” Sono qui, dimmi.”
Ma quanti sono gli occhi di Lorenzo?
Dolci ed anche determinati,
giocosi ed anche seri quando con le braccia incrociate, sollevando lo sguardo dal PC, segue le presentazioni dei suoi allievi.
E poi rassicuranti quando commenta i lavori
e preoccupati quando controlla che il posto a tavola ci sia per tutti
e spensierati, forse quando balla…
Grazie Lorenzo!
Adesso tocca a me.
Gli occhi sono lo specchio dell'anima: posso amare con gli occhi, posso abbracciare, ascoltare, posso parlare rimanendo in silenzio…..
adesso li vedo.
I miei sono verdi come quelli di mia mamma, esistono e li onorerò facendone buon uso; sono una parte di me che avevo dimenticato.
Allagati spesso da pensieri tristi, rossi, gonfi, dolenti,meccanicamente truccati per nascondere le ore insonni, li avevo davvero dimenticati…
Il mio prossimo obiettivo: vedere di più, guardare come vede Lorenzo!
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'I Vestiti di Domenica' di Alessia Gallani

27/2/2026

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“Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei.”
Significa che il tuo modo di vestire comunica la tua personalità, i tuoi stati d’animo, i tuoi valori e il tuo stato sociale.
Ma siamo davvero vestiti come vogliamo?
Ci presentiamo davvero agli altri con outfit che rispecchiano la nostra personalità?
A me questo coraggio manca. A Domenica no.
A lei ho fatto i complimenti per come riesce a esprimersi scegliendo con cura cosa indossare.
Ed io?
Perché non mi vesto come vorrei?
Dove sono finiti i colori che mi tenevano compagnia per ore mentre disegnavo da bambina?
Perché ora scelgo il nero?
Perché il mio armadio sembra adatto solo a partecipare ai funerali?
Oltretutto, nemmeno ai funerali ci si veste più solo di nero. Ognuno esprime il lutto come crede.
Poi ho pensato: ho vestito la moglie, la figlia unica, la mamma che andava a scuola a parlare con i docenti, che faceva relazioni agli assistenti sociali, che cantava nel coro della chiesa…
Ed io?
Stamattina ho aperto il mio armadio e mi sono intristita. Era quasi angoscia. Un senso di costrizione mi faceva muovere con nervosismo davanti allo specchio.
Non è più il mio guardaroba. Non sono più quella lì, tutta nera. Vorrei essere me stessa.
Chi sono?
Sono quella che ama gli orsetti appesi alla borsa, le calze con i cuori, i cappelli divertenti, il rosa, l’azzurro, il verde e il bianco.
Le scarpe enormi, gli animaletti sulle t-shirt, le scritte, i pizzi, le trasparenze… tutto, tutto.
Mi perdonino Giorgio Armani (una preghiera per lui), Biki (una preghiera anche per lei), Mariella Burani e tutti i grandi maestri dei meravigliosi anni ’80, che mi vedevano ammirare le vetrine dei ricchi negozi di Via Montenapoleone, a Milano, dove lavoravo.
Loro dettavano legge e con i “non colori” mettevano coperchi sugli animi irrequieti.
Io sto con Fiorucci. Con Elio, creatore del brand e del progetto “Love Therapy”, che era già qui, nel futuro, quando gli altri suoi colleghi erano ancora là.
Spazio quindi a Domenica, col suo dress code.
E grazie per la luce che mi ha regalato, accompagnandomi in nuove riflessioni: leggere, ma anche esplorative e degne di essere ascoltate.
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'Come rimanere motivati anche nei giorni “no”' di Simona Bartoletti

5/2/2026

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Ci sono giornate “no” dove   sembra che tutto  vada storto, dove l’energia si affievolisce e la voglia di fare viene a mancare.  La motivazione presente nei giorni precedenti svanisce e ti ritrovi a  guardare  i tuoi obiettivi e desideri come ad un qualcosa di irraggiungibile o  di così faticoso che forse non ne vale la pena. Tutto questo può succedere. Del resto, la motivazione non è sempre costante, ma va alimentata con intenzione .

Cos’è la motivazione?
La motivazione è l’energia psicologica necessaria per passare dal pensiero all’azione .  Essa non è solo aver voglia di fare, ma ha una dinamica più complessa  in quanto coinvolge cognizioni, emozioni e bisogni fondamentali. 

La motivazione può essere:

Interna che nasce dai desideri personali (piacere o interessi)
Esterna che nasce da obiettivi lavorativi, riconoscimenti premi etc…
Essa  è ciò che permette alle persone di andare avanti anche nei momenti difficili ,perdere la motivazione  porta l’ individuo a rimanere bloccato e a non trasformare il pensiero in azione.                                              

Quando perdiamo la motivazione?

Si perde la motivazione quando ciò che si sta facendo non ha più senso, quando fare azione diventa faticoso fisicamente e mentalmente e questo è un segnale che qualcosa non va nella nostra vita quotidiana .Vari sono i  motivi che possono portare ad una mancanza di motivazione in alcune giornate ed è importante riflettere su quali sono  per mettere in atto delle strategie che consentano di  ritrovare la motivazione persa.

Ecco alcuni motivi :
  • Obiettivi poco chiari
  • Stress e fatica – rendono difficile il trovare la spinta per iniziare
  • Paura del fallimento  e bassa autostima ­– questo  porta  a non impegnarsi per paura di fallire  
  • Mancanza di risultati o feedbak – non vedere progressi o non ricevere riconoscimenti, in questo caso il cervello non percepisce più l’azione utile
  • Ambiente e relazioni – conflitti, solitudine o un’eccessiva pressione portano a ridurre il desiderio di partecipare                                                       
 
COSA FARE?
1) Accetta la giornata  Non forzarti ad essere sempre al massimo. Riconosci che tutti i giorni non saranno  produttivi ed è il primo passo per non sentirti in colpa
2) Fai un piccolo passo  Quando la motivazione è bassa riduci gli obiettivi , fare delle  piccole cose può riaccendere la motivazione
3) Concediti gentilezza  Se ti tratti con rispetto la motivazione cresce. Riposa ,rallenta ,cambia prospettiva  non è un fallimento , ma un atto di cura verso se stessi.
4) Prendersi cura del benessere Fare esercizio fisico regolarmente aiuta ad equilibrare gli ormoni permettendo di gestire le emozioni e le difficoltà
5) Stabilire una routine Una routine che attivi corpo e mente  durante tutta la giornata
6) Tenere traccia dei progressi Segna i tuoi progressi, vedere sul calendario i progressi  di ogni giorno è gratificante
7) Premiarsi  Al completamento di un obiettivo è importante premiarsi anche con una piccola ricompensa
8) Non trascurare il divertimento Fare ciò che ci piace aiuta a ricaricare le batterie e a mantenere costante la motivazione

Perdere la motivazione non è una sconfitta ,ma un segnale che  vuol comunicarci di fare un passo indietro ricaricare le pile ,riallineare gli obiettivi con ciò che ci appassiona davvero e ricominciare .La capacità di far durare la motivazione a lungo nonostante gli ostacoli , viene chiamata resilienza

“Non temere di rallentare ,a volte la velocità si perde, ma la direzione giusta ti porta sempre lontano “Angelica Attanasi
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'Vino di Ghiaccio: la Storia, di una Performance' di Nancy Baston

30/1/2026

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Vino di ghiaccio, conservato nel gelo, maturato in situazioni estreme, nel cuore di ogni singolo chicco. Oro colato. Quando bevo un sorso di ice wine, è questa la sensazione che provo: le mie papille riconoscono note di frutta secca, di miele e spezie delicate… ma corpo e anima tornano lì, nel freddo intenso, illuminati da una luce artificiale, con i geloni alle dita, tra la nebbia a volte fitta e palpabile, che raccoglie, voci, racconti e sorrisi contratti.

La mia mente viaggia: penso alla mitologia, ad Avalon, l’isola leggendaria dove la magia avvolge ogni cosa, nascosta e protetta dagli occhi del mondo, dove la natura e il mito si intrecciano e ogni passo è un segreto da scoprire. Essere lì significa vivere il lavoro della vite, sentire l’aria gelida che punge la pelle, percepire il silenzio interrotto dai suoni della vendemmia, e insieme assaporare la ricompensa di ciò che il tempo e la dedizione hanno generato. Assaporo l’ambrosia, il nettare degli dèi, e sento il senso della raccolta, della pazienza, della fatica trasformata in un dono prezioso.

Come si produce:
Nel lontano 1974 da un errore, o meglio, dalla curiosità dovuta ad un caso fortuito, nasce il vino liquoroso a mio avviso migliore di tutto il mondo, l’ice wine.
In Italia, l'ice wine si produce in regioni montane come Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Piemonte (specialmente in Val di Susa), sfruttando le gelate naturali che avvengono tra la fine e l’inizio dell’anno per concentrare zuccheri e aromi nelle uve lasciate sulla pianta. La vendemmia avviene in pieno inverno, di notte o all'alba, quando gli acini sono congelati. Le uve vengono poi pressate ancora ghiacciate per ottenere un mosto estremamente concentrato, che fermenta lentamente per produrre questo vino dolce e raro, noto anche come "vino del ghiaccio" o "vin de glace" e, grazie alla criomacerazione, rimane a contatto con gli acini congelati per un tempo controllato, estraendo aromi e zuccheri in maniera ancora più intensa e raffinata.

La vendemmia degli Ice wine non ha un orario fisso, ma avviene in condizioni di freddo intenso, tra i -7°C e -12°C, perché le uve devono essere raccolte congelate a mano. Questo processo rapido e delicato evita il disgelo degli acini prima della pressatura e preserva la concentrazione di zuccheri necessaria per produrre questo vino speciale.

Ma non è sempre tutto oro ciò che riluce, la vendemmia tardiva porta con sé molti nemici: i chicchi di ice wine possono rovinarsi se le condizioni climatiche non sono perfette, l’uva deve congelare naturalmente sulla pianta, un inverno troppo mite, l’eccessiva umidità o attacchi di muffe come la botrite non nobile, possono far marcire o cadere i grappoli anticipatamente, compromettendo la produzione.

Tra tutte le tipologie di vino esistenti in Italia, e sono molte, dato che siamo il paese con la maggiore produzione vitivinicola, l’ice wine è sicuramente il più difficile da produrre. Il prodotto è scarso perché il rapporto quantità-prodotto finale per l’ice wine è estremamente basso rispetto agli altri vini, poiché il processo di congelamento degli acini sulla pianta comporta una perdita di circa l'80% dell'acqua, in questo modo dal chicco di un grappolo di ice wine viene prodotto molto meno mosto rispetto a un acino non congelato.

La prospettiva:
Secondo Carol Dweck, professoressa di psicologia alla Stanford University e autrice del libro Mindset, il growth mindset invita a cambiare prospettiva: errori e difficoltà non sono ostacoli da evitare, ma passaggi necessari per crescere. Ogni sbaglio diventa un’occasione per imparare, ogni sfida un’opportunità per affinare competenze, pazienza e consapevolezza. È attraverso il confronto con l’incertezza e la fatica che nasce il miglioramento, trasformando l’esperienza, anche quando è complessa, in valore.

Contrariamente il fixed mindset, vede le capacità come innate e immutabili, in questo modo, ogni errore rischia di essere vissuto come una conferma dei propri limiti. Le difficoltà scoraggiano, in quest’ottica, la sfida non è un’occasione di crescita, ma diventa qualcosa da evitare per proteggere la propria immagine.
Se avesse prevalso una mentalità fissa, guidata dalla paura di sbagliare e dall’idea che esista un solo modo giusto di fare vino, l’ice wine non sarebbe mai nato. Lasciare l’uva sulla pianta fino all’inverno, avrebbe significato esporsi al fallimento. Con una mentalità rigida, quell’attesa sarebbe sembrata solo una perdita annunciata.
Invece, qualcuno ha scelto di restare ad osservare, imparando da ciò che la natura offre, anche quando è ostile. È proprio lì, nel punto in cui la paura dell’errore viene superata dalla curiosità e dalla fiducia nelle proprie idee, che nasce qualcosa di unico. L’ice wine è la prova che accogliere l’imprevisto, anziché evitarlo, può trasformare una fragilità in eccellenza.
Si parla di viticultura eroica per i vitigni sospesi a strapiombo sul mare della zona ligure, ma anche questa lo è: intraprendere questa strada è un vero e proprio atto di fede, la ricerca della qualità vera, ogni grappolo sopravvissuto al gelo è una specie di miracolo, un dono piccolo ma prezioso.

La svolta:
Succede spesso nella vita, nei momenti più duri, che sia proprio l’ultima goccia di energia a fare la differenza, come l’ultima goccia di sudore di un atleta prima del suo traguardo, qualsiasi sia la disciplina. Qui la performance assume un peso diverso, la lotta si fa dura e la voglia di vincere si trasforma in quella propulsione potente e necessaria per raggiungere l’obiettivo. Non è solo il risultato finale a contare, ma il coronamento di un sogno, il momento in cui si raccoglie il frutto di tutte le fatiche.

Questo chicco lo assimilo all’atleta, in quel momento decisivo dove si dà tutto, dove il fisico arranca e la volontà vacilla, dove anche il vomito è ben accetto perché indice di aver superato il proprio limite e di aver conquistato uno scalino in più. Qui, come nell’estremo gelo, la persona lotta per diventare più forte di prima.

Eccellere è il sogno di molti atleti, che, come questi vitigni, portano il loro corpo e la loro mente all’estremo. Non è la forza immediata a fare la differenza, ma la capacità di resistere, di aspettare il momento giusto, di accettare il dolore come parte del processo. L’allenamento invisibile, le rinunce quotidiane e le sconfitte silenziose, porteranno a quel giorno, in cui tutto si cristallizza in una prestazione unica, intensa e irripetibile.
Ma in questa storia l’acino di ice wine ha già vinto, divenendo un esempio di resistenza, di performance, adattabilità, resilienza e fiducia nella vita: un piccolo frutto che quasi muore per darci quello che di meglio ha da offrire, il suo nettare più prezioso nato dall’estremo, è come un eroe che mi affascina da sempre e che oggi guardo con occhi diversi.
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In questi giorni ho iniziato a leggere Leadership consapevole di Lorenzo Manfredini
… e io? Che tipo di leader sono? Come nutrire questo nuovo e piccolo seme di consapevolezza? Quali sono i miei punti di forza e come posso trasmetterli agli altri?
Sono sicura che alla fine di questo libro troverò le risposte che cerco. Nel frattempo, vivo il mio viaggio così com’è: a volte confuso, ma per la maggior parte entusiasmante. Sento che, per la prima volta dopo anni di performance in un vortice di doveri e risultati, posso concedermi anche di entrare in quello spazio interiore, di restarci, assaporando la vita come un sorso di ice wine.
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