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'Convegno STEP: una traccia che resta' di Lorenzo Manfredini

26/3/2026

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Caro Socio, Cara Socia, Cara Amica, Caro Amico del cammino STEP,
ci sono eventi che finiscono. E poi ci sono incontri che, anche quando si concludono, continuano a vivere dentro.
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Il Convegno “Presenza, Coscienza e Cambiamento” è stato uno di questi.
Si è chiuso con immagini semplici e piene: un aperitivo condiviso, fotografie, chiacchiere leggere, abbracci veri. E in quei gesti, apparentemente piccoli, si è raccolto qualcosa di grande:
il senso di una comunità viva.
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​Una presenza che si è fatta esperienza
Questa giornata ha lasciato una traccia indelebile grazie ai suoi protagonisti:
Daniele Trevisani, Lorenzo Savioli, Angelo Gemignani, Marcello Monsellato, Umberto Baglietti, Maurizia Pambianco,
insieme a tutto lo staff e alla meravigliosa ospitalità del' Istituto Cortivo. E soprattutto grazie a una regia silenziosa e potente: l’organizzazione attenta, precisa e profondamente umana di Maurizia e dei supervisori, che hanno saputo accogliere, accompagnare e sostenere ogni momento dell’incontro con presenza autentica.
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Un tema vivo: presenza, coscienza, cambiamento
Il tema del convegno non è rimasto nelle parole. È stato portato nella vita. Abbiamo visto professionisti che non parlano solo di crescita, ma che la incarnano nelle loro scelte, nelle loro professioni, nei loro percorsi.
È qui che la filosofia STEP si è mostrata per ciò che è: una scuola di vero pregio, perché capace di diventare pratica, esperienza, trasformazione.

Scienza, coscienza, responsabilità
Angelo Gemignani, professore e direttore delle neuroscienze di Pisa, ci ha accompagnati in un viaggio affascinante tra ricerca e consapevolezza.
Dalla meditazione agli studi sulla coscienza, fino all’incontro con il Dalai Lama, ha aperto spazi di riflessione in cui la scienza non chiude, ma dialoga con il mistero.
Marcello Monsellato, con il suo approccio pragmatico, intuitivo e spirituale, ci ha portati dentro la complessità del rapporto tra salute, malattia e responsabilità.
Un invito chiaro: non separare, ma integrare. Non delegare, ma partecipare.
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Relazioni, professioni, trasformazione
Umberto Baglietti ci ha ricordato che comunicare non è trasmettere informazioni, ma co-regolare relazioni tra persone e professionisti. E nel pomeriggio, le testimonianze di
Pietro Cudia, Cosimo D’Ambrosio, Cristina Turconi, Susanna Cancelli, insieme agli altri interventi, hanno dato voce a qualcosa di raro: storie vere. percorsi concreti. sviluppi, battaglie, scoperte. Non modelli ideali, ma vite in cammino.
 
Un momento di bellezza
La sala si è lasciata attraversare anche dalle immagini e dalle parole in meditazione di Alessandro Piazzetta, che ha portato profondità, silenzio e visione in uno spazio visto dal cuore.
 
Cosa ci portiamo via
Forse la domanda più importante non è “cosa abbiamo imparato”. Ma: “Cosa è cambiato nel modo in cui guardiamo?” Ci portiamo via un’immagine viva della scuola STEP. Non teorica. Non ideale. Reale. Rappresentata dalle persone che la abitano. Dai professionisti che la incarnano. Dalle relazioni che la rendono possibile. Una scuola che non insegna solo strumenti, ma coltiva presenza, coscienza e responsabilità.
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E per concludere
Quello che è accaduto non si esaurisce in una giornata. Continua nei gesti che faremo. Nelle parole che useremo. Nelle persone che accompagneremo. Perché, in fondo, il vero convegno inizia adesso. Con gratitudine profonda per ognuno di voi, 
Lorenzo Manfredini
UP STEP Consapevole - APIC
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'GENERAZIONI: L’ARTE DI CREARSI OPPORTUNITA’' di Giada Ragone

16/3/2026

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Una parte della Gen Z in questi anni si diploma o si laurea e si trova di fronte la sfida di crearsi un’opportunità lavorativa.
Quando si siedono a colloquio, probabilmente il datore di lavoro appartiene a una Gen X o ai Baby Boomer e la comunicazione che si instaura segue due linee valoriali differenti:
- Benessere e salute mentale vs sacrificio;
- Scopo e impatto etico vs prestigio e profitto;
- Autenticità e trasparenza vs gerarchia formale;
- Flessibilità radicale vs presenzialismo.
Tra le domande “provocatorie” che i ragazzi della Gen Z fanno più spesso durante un colloquio per testare la coerenza di valori troviamo:
- Come viene gestito il carico di lavoro in carenza di personale? Ci si aspetta reperibilità anche dopo l’orario di lavoro? E i weekend? (“non ho intenzione di esaurirmi per voi”);
- Se finisco i miei task in 4 ore invece che in 8, posso smettere di lavorare o devo restare comunque connesso? (valutano se il lavoro è misurato per obiettivi o per controllo fisico);
- Qual è il processo per dare un feedback a un mio superiore se penso che una sua decisione sia sbagliata? (vogliono sapere se la loro voce conta davvero o se devono solo eseguire ordini);
- Qual è lo stipendio e dopo quanto tempo è previsto un aumento basato sui risultati? (detestano i tabù sul denaro e le promesse vaghe di “crescita futura”.
Il datore di lavoro interpreta queste domande:
- Mancanza di “fame” (se chiede del weekend ancora prima di iniziare non è orientato ai risultati, non ha la “grinta” necessaria per crescere);
- Eccessiva fragilità (le richieste a tutela del benessere mentale spesso vengono lette come un segnale che il candidato non reggerà lo stress, le scadenze urgenti o le direttive);
- Poca lealtà (vedere un giovane che mette paletti rigidi viene percepito come un segnale che, alla prima difficoltà o offerta migliore, il ragazzo se ne andrà).
Finché questi due modi di camminare nel mondo non impareranno ad accettarsi e coesistere, entrambi rimarranno delusi e frustrati perdendo l’opportunità di godere del potenziale immenso che nasce dall’utilizzo di tutti gli strumenti che le generazioni differenti portano con sé dalla loro esperienza di vita.
Non c’è un designato per fare il primo passo. E allora inizia tu datore di lavoro o ragazzo alla ricerca di occupazione. Accetta che questo modo diverso di leggere il mondo esiste, esprimi e rispetta i tuoi valori e ascolta e rispetta quelli dell’altro, sii disposto ad ascoltare e ad empatizzare con la diversità per crearti l’opportunità che cerchi.
Se rimaniamo fermi, lasciamo che altri decidano per noi. Se agiamo consapevolmente le opportunità che si creeranno saranno autentiche per noi e il benessere ne seguirà.

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'LO SENTO PROPRIO ORA. MA E’ LEGATO AL PRESENTE?' di Giada Ragone

16/3/2026

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Quando ricopro il ruolo di team leader è sempre una sfida creare feeling con i ragazzi: quei momenti di connessione umana potentissimi dove provo un senso di benessere, la presenza dell’altro o del team mi mette a mio agio e anche loro sono felici di trovarsi in mia compagnia.
La connessione si manifesta a passo diverso: con alcuni è istantanea, con altri c’è necessità di comprendere e abbracciare la loro visione del mondo molto differente dalla mia, con altri si manifesta a intermittenza.
Con una ragazza invece, non si è mai verificata. La cosa che mi ha scosso non è la sua resistenza o poca partecipazione nel creare le condizioni fertili, quanto il mio blocco. Non mi era mai capitato di non riuscire a creare MAI un singolo momento di connessione in una collaborazione di 3 anni.
Le nostre strade si sono divise e per diverso tempo, ho ripensato a quella ragazza in uno stato di profonda afflizione. “C’è qualcosa di più profondo”, mi diceva un’intuizione, ma appena quella vocina si faceva strada, cresceva la paura e allontanavo immediatamente la possibilità di approfondire.
In una visualizzazione guidata rivissi i momenti:
- in sua presenza mi si appiccicava immediatamente addosso un alone di frustrazione e tristezza e non riuscivo più a scollarlo, lo sentivo su di me, nell’aria e addosso a tutti i presenti nella stanza;
- quando mi vedeva lasciava passare qualche secondo, mi si avvicinava e mi vomitava addosso qualche lamentela di qualche genere su un collega, un cliente o un tema organizzativo facendomi sentire in difetto perché non avevo risolto o considerato il problema;
- tono arrogante, pretenzioso e irrispettoso;
- dopo averla ascoltata attivamente prendevo la parola e se le mie parole non erano nell’ordine “hai ragione risolvo il problema” interrompeva la conversazione rispondendomi “tu non mi capisci”, girava le spalle e se ne andava;
- perenne stato di vittimismo ed ogni manovra che tentassi produceva risultati positivi della durata di pochi giorni, e poi tutto tornava alle condizioni iniziali;
Dopo qualche mese diventò talmente insopportabile per me che evitavo di incontrarla da sola per evitare che mi succhiasse tutte queste energie, comunicazione essenziale solo quando richiesta da lei telefonicamente. Come risultato ottenni che ogni volta che ci incontravamo fisicamente a distanza di tempo era sempre peggio, lei era sempre più carica e io mi scaricavo sempre più rapidamente.
In un momento della visualizzazione vidi il volto di mia madre al posto di quello della ragazza.
Le emozioni che provavo erano reali e le provavo in quel momento, con quella ragazza li presente. Ma non erano legate al momento presente.
La volontà di migliorare il rapporto con mia madre è nata da questa consapevolezza, da un’eco del passato.
Alla prossima sfida che toccherà le stesse corde mi domanderò: “Quello che sento è legato al presente o è l’eco del mio passato”?

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'RIDI DI TE, CON TE E CON GLI ALTRI !!!' di Giada Ragone

16/3/2026

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Sono sempre stata affascinata dalle dinamiche relazionali che utilizziamo per comunicare con il mondo.
Studio per acquisire sempre più strumenti utili alla mia crescita, perfezionando così il mio modo di relazionarmi con i miei cari e i miei collaboratori, donando il mio miglior contributo sempre più autentico.
In anni di studio tuttavia, non ho ancora trovato un valido avversario che sostituisca il mio strumento per eccellenza al primo posto sul podio…….
Un pomeriggio di 10 anni fa ero pronta per partire verso una nuova esperienza lavorativa in un hotel del Trentino. Al treno mi accompagnò un ex collega, mentore e amico.
Mentre aspettavamo il treno gli dissi: “Sai, non sono proprio sicura di riuscirci. Imparo in fretta ma non ho mai lavorato in brigate così grandi, sono tutti stranieri e lavorano insieme da anni. Ce la farò ad inserirmi?”.
Lui mi guardò e scoppiò a ridere, poi disse: “Cosa importa dove vai, con chi stai, in quali condizioni ti trovi o se sei capace o meno. Tu trovi sempre il modo di fare la differenza!”.
Solo 5 anni dopo riuscì a capire qual era quel modo che faceva la differenza.
A quanto risultava dai feedback che collezionavo, le emozioni di positività che trasmettevo con genuine risate anche in momenti di difficoltà, contagiavano i miei colleghi che, rispecchiandosi, affrontavano nuovi scambi relazionali trasmettendo altrettanta positività. Erano più propensi a condividere le mie opinioni, più collaborativi e all’opposto meno propensi a mettermi i bastoni fra le ruote o creare attriti e conflitti anche nel caso in cui io non fossi il leader ufficiale del team. Quando le nostre strade si separavano, si ricordavano di me a distanza di anni: di me e del mio RISO!
Personalmente amo quello basmati ma non è il riso che intendo! Si ricordano della mia ilarità, dell’espressione gioiosa del viso strettamente collegata con clima positivo, stimolante e pacifico di tutto il team.
2 anni dopo ancora, scoprì i benefici di allenare la nostra INTELLIGENZA EMOTIVA.
Alla scoperta dell’importanza che la mia risata autentica ha per me:
RIDO DI ME quando mi visualizzo nell’atto di compiere un’attività che mi spaventa o quando inciampo nella punta dei miei stivali provando i balli country!
RIDO CON ME quando ricordo le sfide superate o quando riconosco che sto ricadendo in un’abitudine disfunzionale!
RIDO CON GLI ALTRI almeno una volta in ogni scambio, anche solo per 1 secondo, anche se potrebbe suonare fuori contesto!
Si, ci ho messo tempo! Il tempo che mi serviva. Oggi riconosco che il mio riso è autentico, ed è il mio talento!
E tu?! Ti riconosci i tuoi talenti? Intanto che ne scopri uno e poi il successivo, ricordati di approfittare di ogni momento per una risata autentica!!!!!

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“La trappola dell’ansia anticipatoria” di Stefano Martalò

16/3/2026

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Era il 17 aprile 2018 quando ricevetti quel messaggio da Milena: “5 maggio lancio con il paracadute!”. Domanda secca: “Dove???????”.  Risposta: “Molinella”.
Mi informai fin da subito e appresi che il volo prevedeva un lancio da quota 4000/4200 metri con una caduta libera di 60 secondi a oltre 200 km/h per poi affrontare 7 minuti circa di discesa a vela aperta. 
In quei 15 giorni che precedevano il grande salto l’eccitazione era massima, la percezione del pericolo lontana, probabilmente ovattata in quella sensazione inconsciamente consolatoria di chi conosce bene i tempi di attivazione dell’adrenalina. A tre giorni dall'evento, il copione improvvisamente cambiò: l'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una vibrazione più profonda e meno goliardica. L'ansia anticipatoria, con il suo corredo di dubbi legittimi, si presentò in tutto il suo 'splendore' per occupare la mia mente. Come un ospite ingombrante, iniziò a dipingere scenari dalle tinte scure, insinuandosi tra le crepe di quella leggerezza che mi aveva accompagnato fino a poco prima.
Timidamente cominciai a mettere in dubbio la fattibilità del lancio, visitando tutti i siti meteo immaginabili. Passai due giorni a pensare a improbabili statistiche su incidenti legati ai lanci con il paracadute e proiettare vividamente nella mia mente scenari tra i più catastrofici. L’eccitazione non esisteva più, era un ricordo lontanissimo, svanito. La sera della vigilia a Reggio Emilia pioveva ed io comincia a intravedere una piccola via di fuga per non dover rendere conto al mio orgoglio. La pioggia primaverile in quel momento mi parve una carezza dolcissima, tuttavia, non fu sufficiente a regalarmi il sonno. 
Al mattino vidi una luce opaca, pallida filtrare dagli scuri e un messaggio sul cellulare: “Sei carico? Si va!”. Non ero carico, ma cominciavo a rassegnarmi. Il silenzio durante l’ora e mezzo di viaggio si presentò rumorosissimo almeno quanto il mio battito.
Una volta arrivato al campo, dopo alcune raccomandazioni fui trasportato in un campo ai piedi di un aeroplanino troppo piccolo. Tramite una cassetta della frutta appoggiata come gradino ai piedi del portellone, salii a bordo, trovandomi improvvisamente circondato da surfisti del vento con tuta alare. Il silenzio della compagnia fino a quota 300m fu palpabile, ma una volta superata la quota di non ritorno l’entusiasmo dei presenti esplose. 
Ad uno ad uno si lanciarono fino a quando fu il mio turno in tandem con l’istruttore. Con il portellone aperto e le gambe penzoloni a 4.200 m di altitudine, una folata fortissima di vento portò via con sé il mio ospite ingombrante prima di precipitare nel vuoto. In pochi istanti mi resi conto di essere sospeso nel vuoto. Stavo volando... letteralmente. Fu l’esperienza più potente della mia vita, un’esplosione di libertà che fino a trenta minuti prima ero pronto a negarmi. Mi ero quasi arreso, condizionato da un’ansia che aveva disegnato scenari catastrofici e ombre impenetrabili. Solo una volta a terra, dopo aver goduto a pieno di quell’esperienza, mi resi conto di quanto siamo condizionabili: quelle pareti insormontabili e quei dubbi soffocanti non avevano mai avuto consistenza, erano solo proiezioni della mia mente, fantasmi svaniti davanti alla realtà di un orizzonte infinito e una sensazione di libertà presente in ogni cellula del mio corpo.  

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“La responsabilità dell’aiuto consapevole” di Stefano Martalò

16/3/2026

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Aiutare qualcuno è un atto di profonda generosità, tuttavia esiste un confine sottile, talvolta invisibile, tra il sostenere e il sovrastare, fino a sostituirsi. Quante volte di fronte a una persona in difficoltà siamo stati tentati di fornire soluzioni immediate per alleviare il dolore o la sofferenza sostituendosi al tempo e negando l’opportunità all’altro di rifiorire con le proprie risorse e secondo i propri ritmi.
Sostituirsi all’altro toglie responsabilità, comunica implicitamente un messaggio di sfiducia, crea aspettative e dinamiche talvolta tossiche nell’altra persona, diventando paradossalmente un atto di "gentile prepotenza”. Non è possibile aiutare una persona de-responsabilizzandola, non è immaginabile prendersi carico di sofferenze altrui pensando di eliminare parte del peso emotivo con la presunzione di diradare arbitrariamente le sue ombre.
Il valore dell’aiuto consapevole è la presenza autentica, l’ascolto non giudicante, il tempo lento senza scorciatoie. La presenza che non solletica l’ego più profondo e non fa sentire indispensabili, che abbandona l’idea frettolosa e il desiderio più nobile di risparmiare dolore o fatica. C’è sempre un tempo per tutto, spesso ciclico come il trascorrere delle stagioni e anche per questo motivo, ognuno di noi deve avere il diritto e l’opportunità di affrontare le proprie sofferenze o difficoltà. 
Accompagnare in questo senso significa dare fiducia all’altro, tendere la mano in modo consapevole, restituendo forza ed energia da rimettere in circolo nel proprio cammino. Questo tipo di responsabilità nei confronti e soprattutto nel rispetto dell’altro, richiede una grande maturità emotiva in quanto lascia all’altra persona uno spazio essenziale di autonomia e un tempo necessario.
La responsabilità dell’aiuto consapevole è un atto di amore disinteressato che riconosce l’altro non solo nella sua “interezza”, ma soprattutto nelle fragilità e nelle frammentazioni che emergono dalla sofferenza o dalle difficoltà. È un atto di amore immenso che non colma semplicemente un vuoto, ma restituisce all'altro la responsabilità di abitare nuovamente la propria vita.

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“Olimpiadi e simbologia”, di Costantina Censurato

16/3/2026

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Significato simbolico
Il simbolo delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 è l’ermellino nella muta estiva e in quella invernale. L’ermellino come animale totem simboleggia purezza, nobiltà, agilità e un’astuzia coraggiosa, agendo come guida spirituale per chi cerca trasformazione e controllo degli istinti. Conosciuto per il manto che diventa bianco in inverno, rappresenta l’incorruttibilità, la capacità di adattarsi e una profonda connessione con l’intuizione e l’energia. 
I due protagonisti: Tina e Milo
Tina e Milo, sono gli ermellini, mascotte ufficiali, scelti per rappresentare l'agilità, l'adattabilità e lo spirito italiano, con particolare riferimento all'ambiente alpino e al cambio di stagione. 
Tina (bianca, Olimpica): Simboleggia la neve, la purezza e l'eleganza degli sport invernali. Il suo nome deriva da Cortina.
Milo (bruno, Paralimpico): Nato senza una zampina, ha imparato a usare la coda per muoversi, rappresentando la resilienza, la determinazione e la capacità di trasformare la diversità in un punto di forza. Il suo nome deriva da Milano. 
Connessione con il territorio e lo spirito olimpico
Nomi: I nomi Tina e Milo richiamano direttamente le due città ospitanti, sottolineando l'unione tra la città (Milano) e la montagna (Cortina).
Inclusione: Come fratelli, uno bianco e uno marrone, Tina e Milo rappresentano la parità tra le discipline Olimpiche e Paralimpiche, trasmettendo un messaggio di unità e fratellanza.
Le mascotte rendono il progetto olimpico più accessibile, simpatico e facile da riconoscere per il pubblico, specialmente per i bambini. Tina e Milo portano un messaggio di positività, incoraggiando gli atleti e il pubblico a essere agili, resilienti e rispettosi dell'ambiente.
Significato simbolico personale: risiede nel fatto che le Olimpiadi nacquero ad Olimpia, situata nel Peloponneso in Grecia, culla dei giochi olimpici antichi, in onore di Zeus. Mia sorella si chiama Olimpia e ogni qualvolta nomino le Olimpiadi il mio pensiero è rivolto a lei, in quanto presenta, per me, tutte le caratteristiche psicologico-agonistico-comportamentali movens dello spirito Olimpico. Resilienza, disciplina e costanza, resistenza, determinazione, motivazione e ambizione, fair play e lealtà, competizione sana e divertimento, descrivono la mia Olimpia e il suo impulso a superare i propri limiti fisici, non solo per vincere una gara ma per migliorarsi continuamente nella maratona della vita.

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'Su un binario morto, come prosegue il viaggio?' di Mauro Ortelli

27/2/2026

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​Il destino a volte ci fa arrivare, inaspettatamente, ad un binario morto.
La vita sembra trascorrere secondo uno schema consueto. Tanti problemi da risolvere, certo, ma anche gioie e nuovi sogni.
Si attraversano periodi in cui ci si arrabatta per portare a termine un progetto, o si avanza con più fatica nel vivere quotidiano.
Ma il futuro è là, in qualche modo ci aspetta.
Poi, all’improvviso, una sequenza di eventi, una svolta improvvisa, e ci si trova in un luogo che non era scritto sulla nostra mappa, oltre non c’è più viaggio.
Un veloce evolvere dello stato di salute, la febbre, il dolore che cresce sempre più fino a diventare insopportabile.
Poi l’annuncio del medico che non lascia scampo.
Com’è stato possibile capitare qui così velocemente?
Ora che cosa si fa?
Come si organizza il tempo che rimane?
Che cosa si lascia alle persone amate?
Per le persone vicine è, a loro volta, come un forte terremoto: le sicurezze di prima sono state sbriciolate, il terreno su cui si poggiavano i piedi ora è del tutto instabile.
Inizia la frenesia del cercare aiuto, una strada da percorrere nella direzione di una guarigione, seppur miracolosa.
Si arriva a spendere qualsiasi cifra per una speranza.
Ma se il viaggio veramente si interromperà a breve?
Esiste una maniera sapiente per affrontare la fine della vita terrena?
Esiste un modo sensato, cioè pieno di senso, per chi è accanto ad una persona amata che ci lascerà, senza impazzire di dolore?
Vorremmo trattenerla con tutte le nostre forze, e invece ci tocca lasciarla andare, ma come riuscirci?
In questo lutto – prima che sopraggiunga morte – le domande fanno scintille nella testa e nel cuore, si cercano risposte ma nessuna è accoglibile, le risposte stanno a zero.
Nell’esperienza del counselling, come si accompagna la persona morente, e come si elabora il lutto?
La presenza sembra essere un punto centrale.
Poter condividere emozioni autentiche.
La relazione diventa uno spazio umano reale davanti alla morte.
Accogliere – senza giudizio – rabbia, disperazione, negazione.
Permettere alla persona di essere ciò che è, anche quando ciò è scomodo per familiari o curanti.
E quando poi giunge il trapasso?
Potrebbe essere utile approfondire gli studi di Elisabeth Kübler-Ross (1926-2004), di cui si celebrerà quest’anno il centenario della nascita, e l’esperienza degli hospice.
Ad esempio, ha delineato uno schema del lutto (La morte e il morire, Cittadella Ed., 2014) che prevede cinque fasi: negazione (shock/rifiuto), rabbia, contrattazione (patteggiamento), depressione (dolore/consapevolezza) e accettazione.
Anche don Luigi Verdi da molti anni si è trovato ad avere a che fare con questi temi, in particolare con il dolore più grande, cioè per un genitore affrontare la morte di un figlio o una figlia.
Per questo è nato il gruppo Naín, che si ritrova mensilmente alla Pieve di Romena.
Nell’esperienza di don Luigi Verdi è importante abitare le domande, perché cercare risposta, sia nell’elaborazione psicologica del lutto, sia spiritualmente tramite preghiere e messe, significa girare comunque attorno al dolore, che continua a prendere vigore.
Per accompagnare le persone che vivono un lutto, lui dice:
«Abitare la domanda vuol dire camminare, piangere, sognare, sperare con loro.»
«Chi muore ha ancora un’energia immensa che si diffonde ovunque. Chi non c’è più manda mille messaggi a chi resta. Se sei attento, li cogli.»
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'Biscotti Balhsen e Coaching' di Alessia Gallani

27/2/2026

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Ormai non mi chiedo più il perché di certe mie scelte, meglio ancora, non mi faccio più tante domande.
Mi fido di me.
Ho la certezza che quello che sto facendo è ciò che desidero….
La domanda che mi faccio è quella suggerito da Lorenzo Manfredini:”Sto facendo proprio quello che voglio?”
E ancora: “Sto dicendo ciò che voglio?”
Sembrano domande semplici ma c’è stato un tempo in cui non ero più sicura nemmeno del cibo che mangiavo.
Un tempo, non lontano, che non avevo nemmeno pensieri, avevo solo dei doveri.
Strade a senso unico che mi intristivano.
Torno quindi alla scelta di un nuovo lavoro trovato su Indeed : due giorni di promozione di un nuovo biscotto Bahlsen, in un centro commerciale non lontano da casa mia.
Mia figlia rideva nel vedermi mandare la candidatura ma rideva anche quando ho tentato il casting delle comparse del “Diavolo veste Prada”, perciò lo faccio comunque e mi hanno preso!....
Non per il film ovviamente …
Un bel sabato e domenica in un supermercato invece del solito fine settimana in casa!
Quello di cui vorrei parlare non e' del divertimento nel conoscere gente e parlare tutto il giorno offrendo biscottini ma della qualità del conoscere gente e parlare tutto il giorno ecc ecc.
All'inizio, intendo ore 9, ero spaventata da tutte quelle persone da “convincere” all'assaggio ed eventuale acquisto ma poi ho fatto mio tutto ciò che ho imparato in questi anni ed ho ascoltato, visto e sentito.
Ho venduto tanto, tutto ciò che era a mia disposizione e l'agenzia mi ha chiesto quale fosse il segreto.
In realtà nessun segreto: ho individuato il tipo di personalità in base al tipo di risposta che mi veniva data nel primo contatto.
Ho modificato il saluto e l'approccio osservando le espressioni del viso , il modo di muoversi e di guardare me ed il prodotto; ho controllato che tipo di prodotti fossero già presenti nel carrello ed ho individuato il cliente tipo.
Ho sottolineato e ripetuto ed anche enfatizzato( gioco sleale forse), le frasi a me rivolte così da creare una relazione .
Ho chiesto i nomi dei bambini, mi sono rivolta a loro con il permesso dei genitori, ho chiesto sempre il permesso anche solo di parlare con qualcuno: “Posso….?”
Comunicazione gentile.
La disponibilità all'ascolto di tutto ciò che mi veniva incontro ha fatto la differenza.
Quel “Noi” che abbraccia….ero io ma io ero anche gli altri e gli altri erano me.
Solidarietà, ascolto, aiuto, comprensione ed anche affetto.
Sessione di coaching ben riuscita, obiettivo raggiunto.
Mi sono celebrata comprando un pacchetto di biscotti!!
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'Cosa vedono gli occhi di Lorenzo?' di Alessia Gallani

27/2/2026

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E come vedono?
Sicuramente non guardano e basta…
Durante l'ultimo seminario gli ho chiesto se potevo avere qualche minuto del suo tempo.
Lui si è girato, lasciando la conversazione con una allieva e mi ha “ vista”.
Io non ho riconosciuto subito il suo sguardo perché credo di non aver mai avuto la totale disponibilità di ascolto che invece il mio Maestro in quel momento mi stava regalando.
Mi sono scioccamente innervosita perché Lorenzo mi mette un po' in soggezione e non riesco quasi mai a dire quello che vorrei ma qualcosa di simile….
I suoi sono occhi grandi, che guardano dritto dritto nei miei, nel mio animo….” Sono qui, dimmi.”
Ma quanti sono gli occhi di Lorenzo?
Dolci ed anche determinati,
giocosi ed anche seri quando con le braccia incrociate, sollevando lo sguardo dal PC, segue le presentazioni dei suoi allievi.
E poi rassicuranti quando commenta i lavori
e preoccupati quando controlla che il posto a tavola ci sia per tutti
e spensierati, forse quando balla…
Grazie Lorenzo!
Adesso tocca a me.
Gli occhi sono lo specchio dell'anima: posso amare con gli occhi, posso abbracciare, ascoltare, posso parlare rimanendo in silenzio…..
adesso li vedo.
I miei sono verdi come quelli di mia mamma, esistono e li onorerò facendone buon uso; sono una parte di me che avevo dimenticato.
Allagati spesso da pensieri tristi, rossi, gonfi, dolenti,meccanicamente truccati per nascondere le ore insonni, li avevo davvero dimenticati…
Il mio prossimo obiettivo: vedere di più, guardare come vede Lorenzo!
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'I Vestiti di Domenica' di Alessia Gallani

27/2/2026

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“Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei.”
Significa che il tuo modo di vestire comunica la tua personalità, i tuoi stati d’animo, i tuoi valori e il tuo stato sociale.
Ma siamo davvero vestiti come vogliamo?
Ci presentiamo davvero agli altri con outfit che rispecchiano la nostra personalità?
A me questo coraggio manca. A Domenica no.
A lei ho fatto i complimenti per come riesce a esprimersi scegliendo con cura cosa indossare.
Ed io?
Perché non mi vesto come vorrei?
Dove sono finiti i colori che mi tenevano compagnia per ore mentre disegnavo da bambina?
Perché ora scelgo il nero?
Perché il mio armadio sembra adatto solo a partecipare ai funerali?
Oltretutto, nemmeno ai funerali ci si veste più solo di nero. Ognuno esprime il lutto come crede.
Poi ho pensato: ho vestito la moglie, la figlia unica, la mamma che andava a scuola a parlare con i docenti, che faceva relazioni agli assistenti sociali, che cantava nel coro della chiesa…
Ed io?
Stamattina ho aperto il mio armadio e mi sono intristita. Era quasi angoscia. Un senso di costrizione mi faceva muovere con nervosismo davanti allo specchio.
Non è più il mio guardaroba. Non sono più quella lì, tutta nera. Vorrei essere me stessa.
Chi sono?
Sono quella che ama gli orsetti appesi alla borsa, le calze con i cuori, i cappelli divertenti, il rosa, l’azzurro, il verde e il bianco.
Le scarpe enormi, gli animaletti sulle t-shirt, le scritte, i pizzi, le trasparenze… tutto, tutto.
Mi perdonino Giorgio Armani (una preghiera per lui), Biki (una preghiera anche per lei), Mariella Burani e tutti i grandi maestri dei meravigliosi anni ’80, che mi vedevano ammirare le vetrine dei ricchi negozi di Via Montenapoleone, a Milano, dove lavoravo.
Loro dettavano legge e con i “non colori” mettevano coperchi sugli animi irrequieti.
Io sto con Fiorucci. Con Elio, creatore del brand e del progetto “Love Therapy”, che era già qui, nel futuro, quando gli altri suoi colleghi erano ancora là.
Spazio quindi a Domenica, col suo dress code.
E grazie per la luce che mi ha regalato, accompagnandomi in nuove riflessioni: leggere, ma anche esplorative e degne di essere ascoltate.
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'Come rimanere motivati anche nei giorni “no”' di Simona Bartoletti

5/2/2026

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Ci sono giornate “no” dove   sembra che tutto  vada storto, dove l’energia si affievolisce e la voglia di fare viene a mancare.  La motivazione presente nei giorni precedenti svanisce e ti ritrovi a  guardare  i tuoi obiettivi e desideri come ad un qualcosa di irraggiungibile o  di così faticoso che forse non ne vale la pena. Tutto questo può succedere. Del resto, la motivazione non è sempre costante, ma va alimentata con intenzione .

Cos’è la motivazione?
La motivazione è l’energia psicologica necessaria per passare dal pensiero all’azione .  Essa non è solo aver voglia di fare, ma ha una dinamica più complessa  in quanto coinvolge cognizioni, emozioni e bisogni fondamentali. 

La motivazione può essere:

Interna che nasce dai desideri personali (piacere o interessi)
Esterna che nasce da obiettivi lavorativi, riconoscimenti premi etc…
Essa  è ciò che permette alle persone di andare avanti anche nei momenti difficili ,perdere la motivazione  porta l’ individuo a rimanere bloccato e a non trasformare il pensiero in azione.                                              

Quando perdiamo la motivazione?

Si perde la motivazione quando ciò che si sta facendo non ha più senso, quando fare azione diventa faticoso fisicamente e mentalmente e questo è un segnale che qualcosa non va nella nostra vita quotidiana .Vari sono i  motivi che possono portare ad una mancanza di motivazione in alcune giornate ed è importante riflettere su quali sono  per mettere in atto delle strategie che consentano di  ritrovare la motivazione persa.

Ecco alcuni motivi :
  • Obiettivi poco chiari
  • Stress e fatica – rendono difficile il trovare la spinta per iniziare
  • Paura del fallimento  e bassa autostima ­– questo  porta  a non impegnarsi per paura di fallire  
  • Mancanza di risultati o feedbak – non vedere progressi o non ricevere riconoscimenti, in questo caso il cervello non percepisce più l’azione utile
  • Ambiente e relazioni – conflitti, solitudine o un’eccessiva pressione portano a ridurre il desiderio di partecipare                                                       
 
COSA FARE?
1) Accetta la giornata  Non forzarti ad essere sempre al massimo. Riconosci che tutti i giorni non saranno  produttivi ed è il primo passo per non sentirti in colpa
2) Fai un piccolo passo  Quando la motivazione è bassa riduci gli obiettivi , fare delle  piccole cose può riaccendere la motivazione
3) Concediti gentilezza  Se ti tratti con rispetto la motivazione cresce. Riposa ,rallenta ,cambia prospettiva  non è un fallimento , ma un atto di cura verso se stessi.
4) Prendersi cura del benessere Fare esercizio fisico regolarmente aiuta ad equilibrare gli ormoni permettendo di gestire le emozioni e le difficoltà
5) Stabilire una routine Una routine che attivi corpo e mente  durante tutta la giornata
6) Tenere traccia dei progressi Segna i tuoi progressi, vedere sul calendario i progressi  di ogni giorno è gratificante
7) Premiarsi  Al completamento di un obiettivo è importante premiarsi anche con una piccola ricompensa
8) Non trascurare il divertimento Fare ciò che ci piace aiuta a ricaricare le batterie e a mantenere costante la motivazione

Perdere la motivazione non è una sconfitta ,ma un segnale che  vuol comunicarci di fare un passo indietro ricaricare le pile ,riallineare gli obiettivi con ciò che ci appassiona davvero e ricominciare .La capacità di far durare la motivazione a lungo nonostante gli ostacoli , viene chiamata resilienza

“Non temere di rallentare ,a volte la velocità si perde, ma la direzione giusta ti porta sempre lontano “Angelica Attanasi
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'Vino di Ghiaccio: la Storia, di una Performance' di Nancy Baston

30/1/2026

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Vino di ghiaccio, conservato nel gelo, maturato in situazioni estreme, nel cuore di ogni singolo chicco. Oro colato. Quando bevo un sorso di ice wine, è questa la sensazione che provo: le mie papille riconoscono note di frutta secca, di miele e spezie delicate… ma corpo e anima tornano lì, nel freddo intenso, illuminati da una luce artificiale, con i geloni alle dita, tra la nebbia a volte fitta e palpabile, che raccoglie, voci, racconti e sorrisi contratti.

La mia mente viaggia: penso alla mitologia, ad Avalon, l’isola leggendaria dove la magia avvolge ogni cosa, nascosta e protetta dagli occhi del mondo, dove la natura e il mito si intrecciano e ogni passo è un segreto da scoprire. Essere lì significa vivere il lavoro della vite, sentire l’aria gelida che punge la pelle, percepire il silenzio interrotto dai suoni della vendemmia, e insieme assaporare la ricompensa di ciò che il tempo e la dedizione hanno generato. Assaporo l’ambrosia, il nettare degli dèi, e sento il senso della raccolta, della pazienza, della fatica trasformata in un dono prezioso.

Come si produce:
Nel lontano 1974 da un errore, o meglio, dalla curiosità dovuta ad un caso fortuito, nasce il vino liquoroso a mio avviso migliore di tutto il mondo, l’ice wine.
In Italia, l'ice wine si produce in regioni montane come Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Piemonte (specialmente in Val di Susa), sfruttando le gelate naturali che avvengono tra la fine e l’inizio dell’anno per concentrare zuccheri e aromi nelle uve lasciate sulla pianta. La vendemmia avviene in pieno inverno, di notte o all'alba, quando gli acini sono congelati. Le uve vengono poi pressate ancora ghiacciate per ottenere un mosto estremamente concentrato, che fermenta lentamente per produrre questo vino dolce e raro, noto anche come "vino del ghiaccio" o "vin de glace" e, grazie alla criomacerazione, rimane a contatto con gli acini congelati per un tempo controllato, estraendo aromi e zuccheri in maniera ancora più intensa e raffinata.

La vendemmia degli Ice wine non ha un orario fisso, ma avviene in condizioni di freddo intenso, tra i -7°C e -12°C, perché le uve devono essere raccolte congelate a mano. Questo processo rapido e delicato evita il disgelo degli acini prima della pressatura e preserva la concentrazione di zuccheri necessaria per produrre questo vino speciale.

Ma non è sempre tutto oro ciò che riluce, la vendemmia tardiva porta con sé molti nemici: i chicchi di ice wine possono rovinarsi se le condizioni climatiche non sono perfette, l’uva deve congelare naturalmente sulla pianta, un inverno troppo mite, l’eccessiva umidità o attacchi di muffe come la botrite non nobile, possono far marcire o cadere i grappoli anticipatamente, compromettendo la produzione.

Tra tutte le tipologie di vino esistenti in Italia, e sono molte, dato che siamo il paese con la maggiore produzione vitivinicola, l’ice wine è sicuramente il più difficile da produrre. Il prodotto è scarso perché il rapporto quantità-prodotto finale per l’ice wine è estremamente basso rispetto agli altri vini, poiché il processo di congelamento degli acini sulla pianta comporta una perdita di circa l'80% dell'acqua, in questo modo dal chicco di un grappolo di ice wine viene prodotto molto meno mosto rispetto a un acino non congelato.

La prospettiva:
Secondo Carol Dweck, professoressa di psicologia alla Stanford University e autrice del libro Mindset, il growth mindset invita a cambiare prospettiva: errori e difficoltà non sono ostacoli da evitare, ma passaggi necessari per crescere. Ogni sbaglio diventa un’occasione per imparare, ogni sfida un’opportunità per affinare competenze, pazienza e consapevolezza. È attraverso il confronto con l’incertezza e la fatica che nasce il miglioramento, trasformando l’esperienza, anche quando è complessa, in valore.

Contrariamente il fixed mindset, vede le capacità come innate e immutabili, in questo modo, ogni errore rischia di essere vissuto come una conferma dei propri limiti. Le difficoltà scoraggiano, in quest’ottica, la sfida non è un’occasione di crescita, ma diventa qualcosa da evitare per proteggere la propria immagine.
Se avesse prevalso una mentalità fissa, guidata dalla paura di sbagliare e dall’idea che esista un solo modo giusto di fare vino, l’ice wine non sarebbe mai nato. Lasciare l’uva sulla pianta fino all’inverno, avrebbe significato esporsi al fallimento. Con una mentalità rigida, quell’attesa sarebbe sembrata solo una perdita annunciata.
Invece, qualcuno ha scelto di restare ad osservare, imparando da ciò che la natura offre, anche quando è ostile. È proprio lì, nel punto in cui la paura dell’errore viene superata dalla curiosità e dalla fiducia nelle proprie idee, che nasce qualcosa di unico. L’ice wine è la prova che accogliere l’imprevisto, anziché evitarlo, può trasformare una fragilità in eccellenza.
Si parla di viticultura eroica per i vitigni sospesi a strapiombo sul mare della zona ligure, ma anche questa lo è: intraprendere questa strada è un vero e proprio atto di fede, la ricerca della qualità vera, ogni grappolo sopravvissuto al gelo è una specie di miracolo, un dono piccolo ma prezioso.

La svolta:
Succede spesso nella vita, nei momenti più duri, che sia proprio l’ultima goccia di energia a fare la differenza, come l’ultima goccia di sudore di un atleta prima del suo traguardo, qualsiasi sia la disciplina. Qui la performance assume un peso diverso, la lotta si fa dura e la voglia di vincere si trasforma in quella propulsione potente e necessaria per raggiungere l’obiettivo. Non è solo il risultato finale a contare, ma il coronamento di un sogno, il momento in cui si raccoglie il frutto di tutte le fatiche.

Questo chicco lo assimilo all’atleta, in quel momento decisivo dove si dà tutto, dove il fisico arranca e la volontà vacilla, dove anche il vomito è ben accetto perché indice di aver superato il proprio limite e di aver conquistato uno scalino in più. Qui, come nell’estremo gelo, la persona lotta per diventare più forte di prima.

Eccellere è il sogno di molti atleti, che, come questi vitigni, portano il loro corpo e la loro mente all’estremo. Non è la forza immediata a fare la differenza, ma la capacità di resistere, di aspettare il momento giusto, di accettare il dolore come parte del processo. L’allenamento invisibile, le rinunce quotidiane e le sconfitte silenziose, porteranno a quel giorno, in cui tutto si cristallizza in una prestazione unica, intensa e irripetibile.
Ma in questa storia l’acino di ice wine ha già vinto, divenendo un esempio di resistenza, di performance, adattabilità, resilienza e fiducia nella vita: un piccolo frutto che quasi muore per darci quello che di meglio ha da offrire, il suo nettare più prezioso nato dall’estremo, è come un eroe che mi affascina da sempre e che oggi guardo con occhi diversi.
​
In questi giorni ho iniziato a leggere Leadership consapevole di Lorenzo Manfredini
… e io? Che tipo di leader sono? Come nutrire questo nuovo e piccolo seme di consapevolezza? Quali sono i miei punti di forza e come posso trasmetterli agli altri?
Sono sicura che alla fine di questo libro troverò le risposte che cerco. Nel frattempo, vivo il mio viaggio così com’è: a volte confuso, ma per la maggior parte entusiasmante. Sento che, per la prima volta dopo anni di performance in un vortice di doveri e risultati, posso concedermi anche di entrare in quello spazio interiore, di restarci, assaporando la vita come un sorso di ice wine.
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'Convegno “Presenza, Coscienza e Cambiamento”' di Lorenzo Manfredini

30/1/2026

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Caro Socio, Cara Socia,
Cara Amica, Caro Amico del cammino STEP,
ci sono incontri che non nascono per “spiegare qualcosa”, ma per far accadere qualcosa.

​Il Convegno “Presenza, Coscienza e Cambiamento”, che vivremo sabato 21 marzo, a Padova presso la Villa Ottoboni, nasce proprio da questo desiderio: creare uno spazio reale in cui le persone, prima ancora dei ruoli, possano incontrarsi, riconoscersi, raccontarsi.
Non sarà una semplice sequenza di interventi.
Sarà una giornata abitata da presenze, esperienze, storie professionali e umane che hanno scelto — in modi diversi — di mettersi al servizio della crescita, della consapevolezza e del cambiamento.

La mattina: radici, coscienza, direzione
Apriremo la giornata con i saluti e il pensiero di UP STEP, con me, Lorenzo Manfredini, insieme a Daniele Trevisani, cofondatore, e a Lorenzo Savioli.
Sarà un momento di orientamento e di memoria viva:
da dove veniamo, cosa stiamo diventando, che responsabilità porta oggi lavorare come formatori, coach, counselor, professionisti della relazione e del benessere.

A seguire, entreremo nel cuore del tema Presenza, Coscienza e Cambiamento con interventi che intrecciano saperi e visioni:
  • Angelo Gemignani, medico, psichiatra e ricercatore in neuroscienze
  • Luigi Marcello Monsellato, medico, psicoterapeuta, fondatore della medicina omeosinergetica
Con loro attraverseremo territori fondamentali: benessere, coscienza, meditazione, coaching e counseling, psicologia e medicina olistica, neuroscienze.
Non come ambiti separati, ma come linguaggi che possono dialogare, risvegliando coscienze, chiarendo situazioni, aprendo possibilità nuove — personali e professionali.

Il pranzo: nutrire il corpo, preparare l’incontro
Il buffet condiviso non sarà una pausa neutra, ma un passaggio.
Perché anche il nutrimento, quando è vissuto insieme, diventa relazione, ascolto, presenza informale.

Il pomeriggio: storie vere, professioni vive
Nel pomeriggio la parola passerà ai professionisti.
Donne e uomini che, attraverso ambiti diversi — sport, impresa, formazione, counseling, coaching, mondo sociale — racconteranno i loro sviluppi, le loro battaglie, le loro scoperte.
Non casi da manuale, ma percorsi reali. Strade che mostrano come le competenze, quando sono attraversate dalla coscienza, diventino strumenti di trasformazione concreta.
Sarà un mosaico di esperienze che parlano di lavoro, sì — ma anche di identità, di scelte, di senso.

Perché questo convegno
Questo convegno nasce da una convinzione semplice e profonda: la crescita non è mai solitaria.
Accade quando qualcuno trova il coraggio di raccontare. Quando altri trovano lo spazio per ascoltare. Quando le differenze diventano dialogo, e le professioni diventano ponti.
È un invito a rivederci, a riconoscerci, a rifletterci — come luce che passa attraverso prismi sempre più colorati.

Un invito
Se senti che è tempo di nutrire la tua presenza, di rimettere in dialogo scienza e coscienza,
di incontrare persone che lavorano con serietà e cuore nei contesti più diversi, sabato 21 marzo è una data da segnare. Non per “imparare qualcosa in più”. Ma per ricordare insieme chi siamo, e perché facciamo ciò che facciamo.

​Con stima e gioia dell’incontro,
Lorenzo Manfredini
UP STEP (Università Popolare STEP Consapevole)
APIC (Associazione Professionisti Italiani del Coaching)
Istituto CORTIVO

Link per iscriversi:
https://www.stepconsapevole.it/schedaconvegno2026.html
La quota comprensiva di buffet e aperitivo sarà di 90€ 
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'La gioia silenziosa di veder crescere le persone' di Lorenzo Manfredini

27/1/2026

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Carissimi/e,
ci sono momenti in cui il senso di ciò che facciamo non si misura in numeri, risultati o obiettivi raggiunti. Si manifesta in qualcosa di molto più sottile — e molto più potente.

È la soddisfazione silenziosa di vedere crescere le persone.
Persone che, giorno dopo giorno, scelgono di mettersi in gioco.

Professionisti che operano in ambiti diversi — sociali, educativi, aziendali, sportivi, olistici — e che, nonostante carichi, responsabilità e complessità, trovano il tempo e lo spazio per accompagnare altri esseri umani a riflettere, migliorare, evolvere.
Vedere questo accadere è uno dei doni più grandi del nostro lavoro.

Crescere non significa diventare “di più”. Significa diventare più veri. Più presenti. Più capaci di stare nelle domande senza fuggire. Più attenti a ciò che muove davvero una scelta, una relazione, una vita.
Ed è profondamente toccante osservare come, nel tempo, molti di voi diventino supervisori, facilitatori, guide, non per ruolo o titolo, ma per qualità di presenza. Persone che sanno stare accanto senza invadere. Che sanno indicare senza imporre. Che sanno ascoltare senza voler aggiustare tutto.

In questo cammino accade qualcosa di prezioso: le esperienze di vita — anche quelle difficili — iniziano a rifrangersi come luce. E ogni persona diventa un prisma.
Un prisma che non cancella il dolore, ma lo trasforma in comprensione. Che non elimina le ombre, ma le colora di senso. Che restituisce al mondo sfumature nuove, più ricche, più umane.
Quando vedo professionisti che mettono le loro competenze al servizio degli altri, quando vedo supervisori che aiutano a pensare meglio, a sentire più profondamente, a scegliere con maggiore consapevolezza, sento che il lavoro fatto insieme sta dando frutto.
Non sempre in modo visibile. Non sempre immediato. Ma reale.

​E voglio dirlo con soddisfazione: quello che fate conta.
Conta nelle storie che incontrate. Conta nelle persone che accompagnate. Conta nel tessuto sociale e umano di cui tutti facciamo parte.
Continuate a coltivare sguardi capaci di vedere più colori. Continuate a creare spazi in cui le persone possano riflettersi senza paura. Continuate a essere prismi, non specchi rigidi.

​È così che il cambiamento prende forma: non con il rumore, ma con la presenza.

Con gratitudine e profonda stima,
Lorenzo M.
Presidente UP STEP
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'I Cani Non Sono Persone' di Giovanna Ferrua

27/1/2026

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Ci accusano spesso di amare i cani come se fossero persone e io rispondo “è vero” ma, non nel senso che pensano loro.
I cani non sono persone, sono molto di più, perché un cane non ti ama per ciò che possiedi ma, per ciò che sei. Non gli importa del conto in banca, dei titoli, delle cicatrici che cerchi di nascondere , lui ti guarda e vede solo te anche quando il mondo fa finta che tu non esista o quando non hai più forze e crolli. Un cane non tradisce, non mente, non giocare a fare finta di essere qualcun altro , ama senza contratti, senza condizioni, senza scadenze. Un cane ti segue nella fame, nella solitudine, nel dolore e non ti fa mai sentire meno. Un cane non ti giudica, non ti usa e se sbagli  ti perdona ancora prima che tu abbia capito dove hai sbagliato. Ti aspetta, ti cerca e ti riconosce sempre anche in mezzo a mille persone. Un cane non porta rancore, non costruisce vendette. Un cane ti ama, punto.
Questo è il motivo per cui non ha senso trattare un cane come una persona, perché poche persone sanno amare così.
La fedeltà di un cane non vacilla nemmeno nei momenti più bui.
Allo stesso tempo poche perone meritano di essere trattate come cani perché un cane merita il meglio, una carezza vera, uno sguardo pulito, una presenza che resta.
Ci sono persone che mordono l’anima, rubano la pace, pugnalano con il sorriso, promettono per abitudine, tradiscono per sport e amano solo quando conviene. I cani no, loro restano sempre e, allora, diciamolo forte, un cane è un cane e per questo è spesso il più umano di noi,
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'Poche parole, tanti condizionamenti' di Marina Collautti

27/1/2026

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​Ci sono parole o combinazioni di parole che abbiamo sentito molte volte fin da piccoli.
Parole che abbiamo dato 'per scontate' e che abbiamo assorbito, inconsapevoli di quanto, silenziosamente, queste siano diventate parte delle nostre credenze, dei modelli sociali, ma, soprattutto, delle nostre aspettative.
Una di queste è "... e vissero felici e contenti!", il lieto fine di tante fiabe che abbiamo ascoltato, letto o con cui ci siamo addormentati, ignari di come, durante il nostro sonno, quelle parole entrassero subdolamente dentro di noi, insinuandosi nelle profondità del nostro inconscio.
Un vero disastro di cui siamo stati prima vittime, e successivamente, a nostra volta, spesso carnefici.
Perché crescere, o far crescere, con questa convinzione diventa un punto di partenza penalizzante.
Dare per scontato un lieto fine indiscusso crea delle aspettative non realisticamente raggiungibili.
Ogni situazione reale, sia a livello individuale che di coppia, se confrontata con un modello così perfetto, sarà sempre insoddisfacente. 
La vita è un percorso, dove la felicità è fatta di momenti conquistati attraversando un cammino che ci mette a confronto con difficoltà, paure, insidie. 
Crescere ed evolvere significa imparare ad affrontarle. E via via che le affrontiamo, diventiamo e ci sentiamo più forti, consapevoli e coraggiosi; possiamo dire che partiamo più "attrezzati" per affrontare la tappa successiva.
E così facendo ci guadagniamo dei momenti in cui ci sentiamo "felici e contenti'. Momenti in cui quel sentire è tale perché consapevoli che non rappresenta la normalità. Attimi fugaci da assaporare pienamente come linfa energizzante, una ricompensa per gli sforzi fatti e ricarica per quelli che ci attendono. Nutrimento per la nostra autostima. Ma anche rinvigorente per la nostra motivazione e proattività nel trovare il modo, gli attrezzi e gli alleati che possano rendere “affrontabile” il passo successivo che ci aspetta. 
Un attrezzo utile ad affrontare costruttivamente la corsa ad ostacoli che ci riserva la Vita in questa dimensione terrena è senz'altro il coaching. 
Per prendere coscienza dei condizionamenti che ci portiamo dietro - come l'aspettativa di un lieto fine quale stato di vita permanente. Ma anche per riconoscere, attivare e affinare le risorse in ciascuno di noi.
E in questo modo riuscire ad affrontare ciò che ogni giorno ci riserva con motivazione e fiducia, arrivando a sera soddisfatti della giornata trascorsa e pronti ad affrontare il domani che ci attende. 
Non in una dimensione di “… e vissero felici e contenti” ma piuttosto di “…e trovarono il modo di amare e stimare se stessi, con i propri talenti ed imperfezioni, nei momenti più risplendenti tanto quanto in quelli più uggiosi”.  
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'Io Donna, Vivere al Femminile' di Edmea Prando

27/1/2026

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n nuovo progetto, un nuovo appuntamento per poter mettere in campo le skills acquisite
in anni di formazione e lavoro su se stessi.

Con questo voglio presentarvi:
IO DONNA, VIVERE AL FEMMINILE

Un invito a fermarsi, ad ascoltarsi e a riconoscere il valore del proprio benessere. È uno
spazio pensato per le donne, dove la salute non è solo assenza di malattia, ma equilibrio tra
corpo, mente ed emozioni, in ogni fase della vita.
In un tempo che spesso chiede di essere sempre forti, presenti e performanti, questo
evento nasce per riportare l’attenzione su ciò che conta davvero: la cura di sé come atto di
consapevolezza e rispetto. Prendersi cura del proprio corpo, riconoscere i segnali che
manda, informarsi, prevenire, ma anche coltivare relazioni sane, rafforzare l’autostima e
sentirsi al sicuro.
Attraverso il contributo di professionisti provenienti da ambiti diversi, IO DONNA, VIVERE AL
FEMMINILE offre un percorso fatto di ascolto, confronto e condivisione. Un pomeriggio in
cui le conoscenze scientifiche si intrecciano con l’esperienza, e la prevenzione diventa un
gesto di amore verso se stesse.
Perché vivere al femminile significa scegliere ogni giorno di conoscersi, rispettarsi e volersi
bene. E farlo insieme rende questo cammino ancora più autentico.
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'Il Boccone Amaro' di Simona Bertoletti

21/1/2026

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In una giornata che si era rivelata  impegnativa sotto ogni punto di vista e il mio umore era colorato di  nero , mi sono  trovata a pronunciare una frase che spesso ho sentito pronunciare da altri e cioè : quanti “Bocconi amari “da digerire.
 Nel momento in cui ho pronunciato questo modo di dire, mi sono chiesta :
Perché diciamo “Il boccone amaro”?
Che origine ha questo modo di dire?
                                             
Ecco  il perche’
In un percorso evolutivo un aspetto che è necessario assolvere è la sopravvivenza.
L’organismo inizialmente ha dovuto superare un primo conflitto biologico e per definire l’oggetto è stato  utilizzato il termine “ boccone” che era inteso come ” il boccone vitale “in quanto veniva associato principalmente a ciò che garantiva la sopravvivenza.
Importante è tener conto del fatto che nel tempo si è evoluto  e che  nell’individuo ha assunto un significato simbolico “il boccone amaro”.

Questo significato simbolico, ci porta a pensare all’aspetto psichico di ognuno di noi  in quanto, i bocconi amari da digerire nella vita quotidiana sono molti, le situazioni  spiacevoli, difficili da accettare e che lasciano un senso di 'indigesto' hanno a che fare con il lato amaro della vita.
Questo ci porta ad affermare che vi è un’importante  connessione tra cibo  e contenuti psichici dove i pensieri già assorbiti ,diventano parte integrante dell’insieme formato da psiche e soma e non possono essere restituiti se non elaborati.
Quindi il cibo non deve essere considerato solo  come alimento, ma anche come  contenuto  mentale: sentimento, esperienza, pensiero che consapevolmente o meno  mandiamo giù.

Cosa   sollecita il “boccone amaro”?
Probabilmente  sollecita il bisogno di emergere di un contenuto  latente “doloroso”  perché  possa essere metabolizzato , digerito e guardato con onesta consapevolezza.
Nella nostra vita quotidiana ingeriamo emozioni, sensazioni  che se decidiamo di subire diventano cibo indigesto, se invece lo trasformiamo purificandolo della sua parte pesante, assimiliamo ciò che ci serve  per crescere e maturare  elimineremo la parte che non ci piace, che non ci migliora, che non ci nutre, ma ci intossica per restituire  questo contenuto elaborato.

Nuovi bocconi
Il concetto di boccone si è evoluto nel tempo con altre forme che si sono sviluppate nella vita quotidiana  di ogni individuo.
Si sono così formati nuovi” bocconi “come il boccone uditivo e il boccone visivo ecc… derivati dall’ambiente che ci circonda, dalle esperienze, dai pensieri ed emozioni.
Questi vanno a colpire quegli organi del nostro organismo chiamati organi bersaglio e l’organo interessato è quello che simbolicamente è più adatto a rappresentare il nostro disagio.
Quindi è importante prestare attenzione al linguaggio del corpo perché ciò che non viene elaborato, può portare ad un malessere che durando  nel tempo, può sviluppare delle patologie che più si cronicizzano più  noi siamo  lontani da noi stessi.
 
“Noi siamo quello stesso cibo che si è introdotto nel nostro mondo interiore e che può riemergere elaborato” 

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'IKIGAI: Il Ponte tra Sogno e Scopo' di Daria Belmonte

20/1/2026

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Ci sono momenti della vita in cui facciamo tutto “nel modo giusto”.
Studiamo, lavoriamo, ci impegniamo, costruiamo.
Eppure, a un certo punto, qualcosa si inceppa.
Non perché manchi la motivazione, ma perché manca…. Il PERCHE’.
Non sempre è una crisi evidente. A volte è una stanchezza più profonda, che non si risolve riposando. E’ la sensazione di procedere senza una direzione che abbia davvero senso per noi.
Negli ultimi tempi mi sto rendendo conto di quanto sia importante avere un sogno. Un’immagine, una visione, qualcosa che accenda il desiderio.
Ma ancora più a monte di questo, sento quanto sia vitale avere uno SCOPO. Meglio forse sarebbe dire quanto importante sia andare a ri-scoprire il proprio scopo, la propria missione in questo mondo, quel “perché” che non cambia ad ogni stagione della vita e che diventa la base della motivazione.
E’ in questo spazio che ho incontrato il concetto di IKIGAI.
All’inizio, come spesso accade, l’ho visto rappresentato come un diagramma: 4 cerchi che rappresentano ciò che ami, ciò in cui sei brava/o, ciò di cui il mondo ha bisogno, ciò per cui puoi essere ricompensata/o.
Uno schema chiaro, ordinato, rassicurante. Eppure, per me, non ancora sufficiente.
Con il tempo ho capito che l’ikigai non è né il sogno né lo scopo, ma qualcosa che sta a metà trada tra i due.
E’ il punto in cui ciò che da senso alla nostra esistenza incontra la possibilità concreta di esprimerlo nel mondo.
Nella cultura giapponese, infatti, l’ikigai non è un grande obiettivo da raggiungere una volta per tutte.
E’ qualcosa di quotidiano, spesso semplice, che dà continuità alla vita.
E’ ciò che ci fa alzare al mattino non per dovere, ma per coerenza interiore.
Ho smesso allora di chiedermi “qual è il mio ikigai?” e ho iniziato a chiedermi invece “qual è lo scopo che muove le mie scelte?”, “e come posso declinarlo, oggi, in piccoli sogni possibili?”.
Forse l’ikigai non è una risposta definitiva. E’ piuttosto un processo vivo, che cambia forma ma non direzione. Un ponte tra ciò che ci fa sognare e ciò che ci permette di restare fedeli a noi stessi nel tempo.
E forse è proprio questo che ci sostiene davvero: non inseguire un sogno qualsiasi, ma riconoscere uno scopo abbastanza profondo da generare molti sogni, e abbastanza vero da poterli abitare.
E voi lo avete un sogno? E da cosa nasce?
Buon ikigai a tutti
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“Yoga e counseling” di Costantina Censurato

19/1/2026

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Durante un recente periodo della mia vita, in cui ho dovuto affrontare l’ipomobilità, a causa di una frattura di un piede, lo yoga non è stata solo una pratica fisica ma un rifugio mentale, uno spazio, in cui riuscivo a sentire il mio corpo e la mia mente lavorare insieme. I significati della parola “yoga” si riferiscono a situazioni, in cui siamo concretamente presenti a noi stessi, in ogni momento e in ogni nostra azione, con consapevolezza, in modo da trovare il "centro" e riconnettersi con il nostro sè, a gestire lo stress e a trovare l'equilibrio interiore, grazie alla combinazione di esercizi fisici, respirazione e meditazione. Nella pratica dello yoga l’attenzione è rivolta all’ascolto del corpo e del respiro, senza che nessun pensiero estraneo possa distrarre la nostra mente. In questo processo si acquisisce una facoltà chiamata “propriocezione”, ovvero la capacità di comprendere i messaggi che riceviamo dal nostro corpo e dalla nostra mente. E’ una esperienza di profonda connessione con il vero “Sé”, potendo sentire chi siamo, comprendere il nostro cammino e cosa vogliamo davvero. Lo yoga aiuta a sviluppare uno stato di consapevolezza, con conseguente aumento dell’autostima e superamento sei propri limiti o paure; il giudizio, la fretta, la competizione non sono contemplate, in quanto, lo scopo di questa pratica, è attenuare il malessere e recuperare pace e forza interiore, favorendo il cambiamento e sviluppando tutte le potenzialità inespresse.
Lo yoga e il counseling sono entrambi mezzi con cui favorire i cambiamenti che desideriamo produrre nella nostra vita. Mentre tutta la disciplina dello yoga, si basa sulla attivazione del Dharma, la vera natura profonda di ognuno di noi, il counseling, in particolare quello ispirato all’approccio di Carl Rogers, promuove la “Tendenza Attualizzante”, vale a dire, la capacità innata di andare verso ciò che realmente siamo, verso noi stessi. Il counseling, come lo yoga, ha il potere di modificare schemi di comportamento apparentemente inamovibili e di risvegliare il corpo, la mente e il cuore a nuove possibilità. Sia il counseling che lo yoga si basano su:
- auto-ascolto
- consapevolezza del qui e ora
- auto-accettazione
- la resa, intesa come capacità di non opporre resistenza al cambiamento.
Lo yoga è utile al counselor, per coltivare il proprio equilibrio emozionale e meglio accogliere il cliente nel qui e ora, in assenza di giudizio.
Usando approcci diversi ma complementari, lo yoga tramite pratiche corporee e meditative per integrare mente, corpo ed emozioni, il counseling, attraverso la relazione di aiuto e l’esplorazione verbale, si allineano per sbloccare schemi rigidi e “modificare ciò che non può essere accettato e accettare ciò che non può essere modificato” come suggerisce una famosa frase dello yoga.
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“Il potere dell’abbraccio” di Costantina Censurato

19/1/2026

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​"Abbraccio" dal latino, "ad-" (verso) e "bracchium" (braccio), ad indicare l'atto di stringersi o intrecciarsi con le braccia ed equivale a un gesto di unione.
Durante il percorso di master ho consapevolizzato che, spesso, pensiamo che per crescere o superare le difficoltà, basti forza di volontà o ragione, ma le emozioni hanno il loro linguaggio e comprenderle è la vera chiave per costruire fiducia e legami duraturi. La neuroscienza ci ricorda che a volte basta un gesto semplice, un abbraccio, per far sentire l’altro accolto, sicuro e capace di affrontare le sfide della vita. L’empatia non è un optional: è la medicina naturale dei rapporti umani. L’essere umano pur avendo mezzi potentissimi per curare molti disagi che vive durante la sua vita, spesso, non ha le giuste competenze per utilizzarli. Ci vorrebbe un foglietto illustrativo dei sentimenti, delle emozioni, con possibili effetti indesiderati, ma anche con cure e rimedi. Il potere di un abbraccio risiede nella sua capacità, scientificamente provata (20 secondi per attivare l'ossitocina), di calmare l'ansia e lo stress, rilasciando neurotrasmettitori che generano benessere e conforto, attivando il sistema di protezione nel cervello. È un gesto fondamentale, specialmente per i bambini, per costruire fiducia e affrontare le paure, comunicando un messaggio di consolazione: "non sei solo"; non richiede giudizio ma solo presenza affettiva, risintonizzando battito cardiaco e respiro. Quando siamo in un momento in cui non ce la facciamo più, non abbiamo bisogno di un giudice ma abbiamo bisogno di chi attiva il nostro sistema di “conforto”, dandoci forza. Un individuo ha sempre bisogno di un altro: il figlio ha bisogno della madre e del padre, l’alunno ha bisogno della sua maestra, i fidanzati hanno bisogno l’un l’altro per potere portare avanti il loro progetto di vita. Quando ci accorgiamo che le nostre frasi non sono in linea con i bisogni dell’altra persona, possiamo raddrizzare il tiro. Come? Utilizzando la comunicazione aptica.
Il gesto più potente è dato dall’abbraccio in quanto:
INCREMENTA LA FIDUCIA E LA SICUREZZA: gli abbracci ci fanno sentire supportati, protetti e sicuri. Il contatto fisico, oltre a essere rassicurante, può stimolare la fiducia e l’empatia.
RIDUCE LA RABBIA: soprattutto nei bambini, un abbraccio promuove la sensazione di tranquillità e calma le crisi di pianto. É definito metodo Holding ed è molto utilizzato in ambito educativo perché diventa un contenitore per le emozioni forti del bambino. Inoltre, stimolando la circolazione, eliminiamo anche le tensioni nel corpo.
FAVORISCE LA FELICITÀ E MIGLIORA LO STATO D’ANIMO: alcuni ricercatori hanno stimato che far durare un abbraccio più di 20 secondi produce un effetto terapeutico, favorendo uno stato d’animo più positivo. Ciò avviene perché si produce serotonina, l’ormone della felicità. 
RINFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO: gli abbracci sono una carica per il sistema immunitario che si attiva favorendo la creazione di globuli bianchi. In questo modo favoriamo la prevenzione di alcune malattie perché rinforziamo le difese. 
DIMINUISCE LO STRESS: l’abbraccio è un rimedio perfetto per lo stress. Ci fa tornare con i piedi per terra, scacciando via i pensieri che angosciano e riportandoci a uno stato di serenità. 
MIGLIORA LE RELAZIONI INTERPERSONALI: abbracciare è un modo di comunicare quello che sentiamo grazie al linguaggio del corpo. La connessione con l’altra persona produce un rilascio di ossitocina, l’ormone dell’amore e del benessere.
In una forma arricchita del coaching e del counseling, l’abbraccio trova spazio come strumento di conforto, di celebrazione, di connessione emotiva, dichiarazione di presenza, di attenzione e di cura.
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'Metal detector o educazione? La vera prevenzione inizia molto prima' di Dino Bisi

19/1/2026

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L’uccisione di un ragazzo a scuola da parte di un coetaneo ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Di fronte a tragedie simili, la risposta politica sembra sempre la stessa: metal detector negli istituti, più controlli, più repressione. È una reazione comprensibile, ma anche drammaticamente miope. La violenza non nasce all’ingresso di una scuola. Nasce molto prima, nel modo in cui educhiamo — o non educhiamo — bambini e adolescenti alla gestione delle emozioni, della frustrazione, della rabbia, del conflitto.

Mentre in Italia il dibattito si concentra su misure emergenziali e solo sul colpevole esterno in altri Paesi europei si lavora da anni su un piano diverso. In Danimarca, ad esempio, l’educazione all’empatia è parte integrante del percorso scolastico: lezioni settimanali in cui bambini e ragazzi imparano il rispetto, la responsabilità, la cura dell’altro e degli animali, la consapevolezza emotiva.

Non è buonismo. È prevenzione strutturale. È insegnare che le emozioni esistono, che vanno riconosciute e regolate, non agite. È aiutare i ragazzi a dare un nome al disagio prima che si trasformi in violenza. 

Pensare che un metal detector possa risolvere il problema significa intervenire sull’ultimo anello della catena, quando tutto il resto ha già fallito: famiglia, scuola, comunità, adulti di riferimento. Significa accettare l’idea di scuole-fortezza, invece di scuole come luoghi di crescita.

La domanda vera non è “come impediamo che entrino armi a scuola?”, ma: che adulti stiamo formando?

Che strumenti emotivi stiamo dando ai ragazzi per affrontare il dolore, il rifiuto, la rabbia?
L’educazione non elimina il rischio zero, ma riduce drasticamente la probabilità che il disagio esploda in modo distruttivo. Ed è l’unica strada che guarda al futuro, non solo all’emergenza del momento.

Se vogliamo davvero prevenire queste tragedie, dobbiamo smettere di inseguire soluzioni simboliche e iniziare a investire seriamente in educazione emotiva, relazionale e civica.
Perché la sicurezza senza educazione è solo un’illusione.
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'Il Mio Viaggio nel Coaching: Una Passione che Si Trasforma' di Giovanna Ferrua

17/1/2026

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Non pensavo che diventare un coach fosse possibile per me. Ma oggi, dopo aver iniziato questo corso, mi rendo conto che la passione per aiutare gli altri a crescere sta prendendo forma in un modo che non avrei mai immaginato.

Anche se non credo che il coaching sarà mai il mio lavoro a tempo pieno, è una parte fondamentale di un sogno più grande: diventare counselor. Voglio imparare come ascoltare meglio, come comprendere profondamente le emozioni degli altri, e come poterli aiutare a superare le difficoltà. Il coaching mi sta dando gli strumenti giusti per farlo, ma è solo l'inizio del mio percorso verso una carriera che mi permetterà di fare davvero la differenza nella vita degli altri.

Ogni lezione mi sta insegnando non solo tecniche di coaching, ma anche la consapevolezza che per aiutare gli altri, bisogna prima conoscere se stessi. Questo corso sta cambiando la mia visione su cosa significa davvero essere d'aiuto: non si tratta di dare risposte, ma di porre domande che spingano gli altri a riflettere, a esplorare le proprie emozioni e a trovare le proprie soluzioni.
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La mia passione non è solo per il coaching, ma per essere un supporto reale e profondo per chi cerca un cambiamento. E mentre il coaching mi sta aprendo gli occhi su tutto questo, il mio obiettivo finale è diventare un counselor che possa accompagnare le persone in momenti più delicati e trasformativi della loro vita.
Quindi, sì, questo è solo l'inizio del mio viaggio. Se anche tu senti che aiutare gli altri è la tua passione, ti dico: ogni passo conta, e questo percorso sta cambiando più di quanto potessi immaginare. 
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'Tornare a Casa dentro di Sé ' di Alice Rizzato

17/1/2026

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​Ti sei mai chiesto chi sei davvero? Chi sei al di là dei ruoli che ricopri ogni giorno o delle maschere che indossi?
“Chi sei tu? Cosa sei tu?”

Questa è la domanda che nel famoso romanzo del 1865 di Lewis Carroll il Brucaliffo pone ad Alice, è un racconto che mi ha sempre accompagnata nel corso della mia vita perché io e la protagonista abbiamo molte cose in comune oltre che condividere lo stesso nome.
Questo interrogativo innesca in Alice una riflessione sulla propria identità, forse perché fino a quel momento non se lo era mai realmente chiesto. Alice si è persa in un mondo che non conosce in cui è in balia delle sue emozioni e non si riconosce più.
La scoperta di sé stessi è una strada lunga, che richiede tempo, pazienza e coraggio: un percorso di esplorazione delle proprie paure, pensieri e comportamenti.
Le nostre vite sono spesso piene di distrazioni. Tra notifiche, impegni e social, può capitare di sentirsi scollegati da ciò che davvero conta. In quei momenti, chiedersi chi siamo non è solo un esercizio filosofico: è un modo per rimettere ordine nella nostra quotidianità, come spolverare una scrivania piena di fogli sparsi. Tutti noi abbiamo bisogno di sentirci parte di qualcosa. Oggi, però, è facile sentirsi soli anche in mezzo agli altri. Molti di noi mostrano solo ciò che appare “accettabile” sui social, curando la propria immagine digitale, mentre nella vita reale spesso ci sentiamo invisibili o isolati. Così rischiamo di perdere il contatto con chi siamo davvero, concentrandoci più su come appariamo che su come ci sentiamo.
Essere consapevoli è un traguardo necessario per la crescita personale: questo viaggio ci permette di identificare i nostri valori, i nostri punti di forza e le nostre debolezze e, soprattutto, di amarci e apprezzarci per ciò che siamo realmente, ponendoci obiettivi più concreti.
 
Ma come si fa a capire chi siamo davvero?
Facendo ciò che fa un buon coach o counselor: ponendoci delle domande. Piccole domande quotidiane:
Cosa mi rende felice? Cosa mi appassiona? Cosa mi fa sentire bene? Quali sono i miei valori? Chi sono le persone che voglio al mio fianco?
Lo so, non è facile guardarsi allo specchio e affrontare le risposte a queste domande. A volte è difficile essere sinceri con sé stessi, mettere da parte la vocina giudicante, il bambino ferito o tutte le mille voci che abitano la nostra mente, ma non è impossibile.
Bastano anche solo cinque minuti al giorno. Possiamo tenere un diario e annotare le risposte per poi rileggerle con calma e rifletterci oppure dedicare questo tempo alla meditazione.
Non serve trovare subito una soluzione: l’importante è allenare la consapevolezza di sé, giorno dopo giorno. Ogni domanda diventa così un piccolo seme, pronto a crescere e nutrire il proprio “giardino interiore”.
Il Brucaliffo, ponendo quella domanda, sapeva infatti che Alice aveva già dentro di sé tutte le risorse necessarie per affrontare quel viaggio. E forse è proprio questo il segreto: il vero Paese delle Meraviglie non è un luogo da raggiungere, ma uno spazio interiore da riconoscere, nel momento esatto in cui scegliamo di essere davvero noi stessi.
Prova a porti questa domanda oggi: Chi sono io davvero quando nessuno mi guarda?
Osserva le tue sensazioni, i pensieri, quello che emerge dal profondo del tuo cuore.
È un piccolo gesto, un passo concreto per il tuo Paese delle Meraviglie.
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