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'L'arte del comando: l'influenza' di Lorenzo Manfredini

1/11/2013

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Ogni capo comanda un organismo di cui dovrebbe essere al servizio. Nella sua estrema efficienza può sottoporre il suo gruppo di lavoro alle contraddizioni di una crisi di cambiamento che può sfociare nella poltroneria.

Un capo all’apice delle sue capacità può essere percepito dal suo sistema di riferimento, come rigido, testardo, impopolare o al contrario, come capace, lungimirante, saggio.

Le sfide di un capo moderno, e questo vale sia per i piccoli che grandi gruppi, consiste non solo nel portare a termine dei progetti, ma nel condividere delle filosofie e produrre un consenso.

Per influenzare tutto ciò deve stimolare le proprie capacità a produrre idee, con risultati tangibili, in tempi contenuti, con azioni di lungo periodo e non con soluzioni temporanee.

Deve intercettare la circolazione delle idee con una maggiore competenza tecnologica senza farsi travolgere dalle sollecitazioni quotidiane di internet, dalle comunicazioni dei propri collaboratori o dei capi supremi.

Un capo non può permettersi di aspettare per affrontare i problemi, e deve farlo senza farsi travolgere dal caos che mail, social mail e social network, creano.

Deve cercare di rompere le barriere che talvolta si creano tra sé e i propri collaboratori che nel chiacchierare intorno alle decisioni possono intorpidire quel distacco necessario per comprendere ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò che è utile da ciò che non lo è.

Un capo non può occuparsi di tutto, ha bisogno di creare team validi da coinvolgere nel processo decisionale. E ha bisogno di porsi domande concrete: ‘che cosa faccio adesso?’. Prese le decisioni, il tempo deve procedere sul binario della progettazione e della realizzazione.

Oggi il vero problema di un capo è quello di realizzare il proprio mandato con l’equilibrio e la consapevolezza di rappresentare il mezzo per servire la comunità e il bene comune, compresi i propri collaboratori e la società.

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