Vino di ghiaccio, conservato nel gelo, maturato in situazioni estreme, nel cuore di ogni singolo chicco. Oro colato. Quando bevo un sorso di ice wine, è questa la sensazione che provo: le mie papille riconoscono note di frutta secca, di miele e spezie delicate… ma corpo e anima tornano lì, nel freddo intenso, illuminati da una luce artificiale, con i geloni alle dita, tra la nebbia a volte fitta e palpabile, che raccoglie, voci, racconti e sorrisi contratti.
La mia mente viaggia: penso alla mitologia, ad Avalon, l’isola leggendaria dove la magia avvolge ogni cosa, nascosta e protetta dagli occhi del mondo, dove la natura e il mito si intrecciano e ogni passo è un segreto da scoprire. Essere lì significa vivere il lavoro della vite, sentire l’aria gelida che punge la pelle, percepire il silenzio interrotto dai suoni della vendemmia, e insieme assaporare la ricompensa di ciò che il tempo e la dedizione hanno generato. Assaporo l’ambrosia, il nettare degli dèi, e sento il senso della raccolta, della pazienza, della fatica trasformata in un dono prezioso.
Come si produce:
Nel lontano 1974 da un errore, o meglio, dalla curiosità dovuta ad un caso fortuito, nasce il vino liquoroso a mio avviso migliore di tutto il mondo, l’ice wine.
In Italia, l'ice wine si produce in regioni montane come Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Piemonte (specialmente in Val di Susa), sfruttando le gelate naturali che avvengono tra la fine e l’inizio dell’anno per concentrare zuccheri e aromi nelle uve lasciate sulla pianta. La vendemmia avviene in pieno inverno, di notte o all'alba, quando gli acini sono congelati. Le uve vengono poi pressate ancora ghiacciate per ottenere un mosto estremamente concentrato, che fermenta lentamente per produrre questo vino dolce e raro, noto anche come "vino del ghiaccio" o "vin de glace" e, grazie alla criomacerazione, rimane a contatto con gli acini congelati per un tempo controllato, estraendo aromi e zuccheri in maniera ancora più intensa e raffinata.
La vendemmia degli Ice wine non ha un orario fisso, ma avviene in condizioni di freddo intenso, tra i -7°C e -12°C, perché le uve devono essere raccolte congelate a mano. Questo processo rapido e delicato evita il disgelo degli acini prima della pressatura e preserva la concentrazione di zuccheri necessaria per produrre questo vino speciale.
Ma non è sempre tutto oro ciò che riluce, la vendemmia tardiva porta con sé molti nemici: i chicchi di ice wine possono rovinarsi se le condizioni climatiche non sono perfette, l’uva deve congelare naturalmente sulla pianta, un inverno troppo mite, l’eccessiva umidità o attacchi di muffe come la botrite non nobile, possono far marcire o cadere i grappoli anticipatamente, compromettendo la produzione.
Tra tutte le tipologie di vino esistenti in Italia, e sono molte, dato che siamo il paese con la maggiore produzione vitivinicola, l’ice wine è sicuramente il più difficile da produrre. Il prodotto è scarso perché il rapporto quantità-prodotto finale per l’ice wine è estremamente basso rispetto agli altri vini, poiché il processo di congelamento degli acini sulla pianta comporta una perdita di circa l'80% dell'acqua, in questo modo dal chicco di un grappolo di ice wine viene prodotto molto meno mosto rispetto a un acino non congelato.
La prospettiva:
Secondo Carol Dweck, professoressa di psicologia alla Stanford University e autrice del libro Mindset, il growth mindset invita a cambiare prospettiva: errori e difficoltà non sono ostacoli da evitare, ma passaggi necessari per crescere. Ogni sbaglio diventa un’occasione per imparare, ogni sfida un’opportunità per affinare competenze, pazienza e consapevolezza. È attraverso il confronto con l’incertezza e la fatica che nasce il miglioramento, trasformando l’esperienza, anche quando è complessa, in valore.
Contrariamente il fixed mindset, vede le capacità come innate e immutabili, in questo modo, ogni errore rischia di essere vissuto come una conferma dei propri limiti. Le difficoltà scoraggiano, in quest’ottica, la sfida non è un’occasione di crescita, ma diventa qualcosa da evitare per proteggere la propria immagine.
Se avesse prevalso una mentalità fissa, guidata dalla paura di sbagliare e dall’idea che esista un solo modo giusto di fare vino, l’ice wine non sarebbe mai nato. Lasciare l’uva sulla pianta fino all’inverno, avrebbe significato esporsi al fallimento. Con una mentalità rigida, quell’attesa sarebbe sembrata solo una perdita annunciata.
Invece, qualcuno ha scelto di restare ad osservare, imparando da ciò che la natura offre, anche quando è ostile. È proprio lì, nel punto in cui la paura dell’errore viene superata dalla curiosità e dalla fiducia nelle proprie idee, che nasce qualcosa di unico. L’ice wine è la prova che accogliere l’imprevisto, anziché evitarlo, può trasformare una fragilità in eccellenza.
Si parla di viticultura eroica per i vitigni sospesi a strapiombo sul mare della zona ligure, ma anche questa lo è: intraprendere questa strada è un vero e proprio atto di fede, la ricerca della qualità vera, ogni grappolo sopravvissuto al gelo è una specie di miracolo, un dono piccolo ma prezioso.
La svolta:
Succede spesso nella vita, nei momenti più duri, che sia proprio l’ultima goccia di energia a fare la differenza, come l’ultima goccia di sudore di un atleta prima del suo traguardo, qualsiasi sia la disciplina. Qui la performance assume un peso diverso, la lotta si fa dura e la voglia di vincere si trasforma in quella propulsione potente e necessaria per raggiungere l’obiettivo. Non è solo il risultato finale a contare, ma il coronamento di un sogno, il momento in cui si raccoglie il frutto di tutte le fatiche.
Questo chicco lo assimilo all’atleta, in quel momento decisivo dove si dà tutto, dove il fisico arranca e la volontà vacilla, dove anche il vomito è ben accetto perché indice di aver superato il proprio limite e di aver conquistato uno scalino in più. Qui, come nell’estremo gelo, la persona lotta per diventare più forte di prima.
Eccellere è il sogno di molti atleti, che, come questi vitigni, portano il loro corpo e la loro mente all’estremo. Non è la forza immediata a fare la differenza, ma la capacità di resistere, di aspettare il momento giusto, di accettare il dolore come parte del processo. L’allenamento invisibile, le rinunce quotidiane e le sconfitte silenziose, porteranno a quel giorno, in cui tutto si cristallizza in una prestazione unica, intensa e irripetibile.
Ma in questa storia l’acino di ice wine ha già vinto, divenendo un esempio di resistenza, di performance, adattabilità, resilienza e fiducia nella vita: un piccolo frutto che quasi muore per darci quello che di meglio ha da offrire, il suo nettare più prezioso nato dall’estremo, è come un eroe che mi affascina da sempre e che oggi guardo con occhi diversi.
In questi giorni ho iniziato a leggere Leadership consapevole di Lorenzo Manfredini
… e io? Che tipo di leader sono? Come nutrire questo nuovo e piccolo seme di consapevolezza? Quali sono i miei punti di forza e come posso trasmetterli agli altri?
Sono sicura che alla fine di questo libro troverò le risposte che cerco. Nel frattempo, vivo il mio viaggio così com’è: a volte confuso, ma per la maggior parte entusiasmante. Sento che, per la prima volta dopo anni di performance in un vortice di doveri e risultati, posso concedermi anche di entrare in quello spazio interiore, di restarci, assaporando la vita come un sorso di ice wine.
La mia mente viaggia: penso alla mitologia, ad Avalon, l’isola leggendaria dove la magia avvolge ogni cosa, nascosta e protetta dagli occhi del mondo, dove la natura e il mito si intrecciano e ogni passo è un segreto da scoprire. Essere lì significa vivere il lavoro della vite, sentire l’aria gelida che punge la pelle, percepire il silenzio interrotto dai suoni della vendemmia, e insieme assaporare la ricompensa di ciò che il tempo e la dedizione hanno generato. Assaporo l’ambrosia, il nettare degli dèi, e sento il senso della raccolta, della pazienza, della fatica trasformata in un dono prezioso.
Come si produce:
Nel lontano 1974 da un errore, o meglio, dalla curiosità dovuta ad un caso fortuito, nasce il vino liquoroso a mio avviso migliore di tutto il mondo, l’ice wine.
In Italia, l'ice wine si produce in regioni montane come Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Piemonte (specialmente in Val di Susa), sfruttando le gelate naturali che avvengono tra la fine e l’inizio dell’anno per concentrare zuccheri e aromi nelle uve lasciate sulla pianta. La vendemmia avviene in pieno inverno, di notte o all'alba, quando gli acini sono congelati. Le uve vengono poi pressate ancora ghiacciate per ottenere un mosto estremamente concentrato, che fermenta lentamente per produrre questo vino dolce e raro, noto anche come "vino del ghiaccio" o "vin de glace" e, grazie alla criomacerazione, rimane a contatto con gli acini congelati per un tempo controllato, estraendo aromi e zuccheri in maniera ancora più intensa e raffinata.
La vendemmia degli Ice wine non ha un orario fisso, ma avviene in condizioni di freddo intenso, tra i -7°C e -12°C, perché le uve devono essere raccolte congelate a mano. Questo processo rapido e delicato evita il disgelo degli acini prima della pressatura e preserva la concentrazione di zuccheri necessaria per produrre questo vino speciale.
Ma non è sempre tutto oro ciò che riluce, la vendemmia tardiva porta con sé molti nemici: i chicchi di ice wine possono rovinarsi se le condizioni climatiche non sono perfette, l’uva deve congelare naturalmente sulla pianta, un inverno troppo mite, l’eccessiva umidità o attacchi di muffe come la botrite non nobile, possono far marcire o cadere i grappoli anticipatamente, compromettendo la produzione.
Tra tutte le tipologie di vino esistenti in Italia, e sono molte, dato che siamo il paese con la maggiore produzione vitivinicola, l’ice wine è sicuramente il più difficile da produrre. Il prodotto è scarso perché il rapporto quantità-prodotto finale per l’ice wine è estremamente basso rispetto agli altri vini, poiché il processo di congelamento degli acini sulla pianta comporta una perdita di circa l'80% dell'acqua, in questo modo dal chicco di un grappolo di ice wine viene prodotto molto meno mosto rispetto a un acino non congelato.
La prospettiva:
Secondo Carol Dweck, professoressa di psicologia alla Stanford University e autrice del libro Mindset, il growth mindset invita a cambiare prospettiva: errori e difficoltà non sono ostacoli da evitare, ma passaggi necessari per crescere. Ogni sbaglio diventa un’occasione per imparare, ogni sfida un’opportunità per affinare competenze, pazienza e consapevolezza. È attraverso il confronto con l’incertezza e la fatica che nasce il miglioramento, trasformando l’esperienza, anche quando è complessa, in valore.
Contrariamente il fixed mindset, vede le capacità come innate e immutabili, in questo modo, ogni errore rischia di essere vissuto come una conferma dei propri limiti. Le difficoltà scoraggiano, in quest’ottica, la sfida non è un’occasione di crescita, ma diventa qualcosa da evitare per proteggere la propria immagine.
Se avesse prevalso una mentalità fissa, guidata dalla paura di sbagliare e dall’idea che esista un solo modo giusto di fare vino, l’ice wine non sarebbe mai nato. Lasciare l’uva sulla pianta fino all’inverno, avrebbe significato esporsi al fallimento. Con una mentalità rigida, quell’attesa sarebbe sembrata solo una perdita annunciata.
Invece, qualcuno ha scelto di restare ad osservare, imparando da ciò che la natura offre, anche quando è ostile. È proprio lì, nel punto in cui la paura dell’errore viene superata dalla curiosità e dalla fiducia nelle proprie idee, che nasce qualcosa di unico. L’ice wine è la prova che accogliere l’imprevisto, anziché evitarlo, può trasformare una fragilità in eccellenza.
Si parla di viticultura eroica per i vitigni sospesi a strapiombo sul mare della zona ligure, ma anche questa lo è: intraprendere questa strada è un vero e proprio atto di fede, la ricerca della qualità vera, ogni grappolo sopravvissuto al gelo è una specie di miracolo, un dono piccolo ma prezioso.
La svolta:
Succede spesso nella vita, nei momenti più duri, che sia proprio l’ultima goccia di energia a fare la differenza, come l’ultima goccia di sudore di un atleta prima del suo traguardo, qualsiasi sia la disciplina. Qui la performance assume un peso diverso, la lotta si fa dura e la voglia di vincere si trasforma in quella propulsione potente e necessaria per raggiungere l’obiettivo. Non è solo il risultato finale a contare, ma il coronamento di un sogno, il momento in cui si raccoglie il frutto di tutte le fatiche.
Questo chicco lo assimilo all’atleta, in quel momento decisivo dove si dà tutto, dove il fisico arranca e la volontà vacilla, dove anche il vomito è ben accetto perché indice di aver superato il proprio limite e di aver conquistato uno scalino in più. Qui, come nell’estremo gelo, la persona lotta per diventare più forte di prima.
Eccellere è il sogno di molti atleti, che, come questi vitigni, portano il loro corpo e la loro mente all’estremo. Non è la forza immediata a fare la differenza, ma la capacità di resistere, di aspettare il momento giusto, di accettare il dolore come parte del processo. L’allenamento invisibile, le rinunce quotidiane e le sconfitte silenziose, porteranno a quel giorno, in cui tutto si cristallizza in una prestazione unica, intensa e irripetibile.
Ma in questa storia l’acino di ice wine ha già vinto, divenendo un esempio di resistenza, di performance, adattabilità, resilienza e fiducia nella vita: un piccolo frutto che quasi muore per darci quello che di meglio ha da offrire, il suo nettare più prezioso nato dall’estremo, è come un eroe che mi affascina da sempre e che oggi guardo con occhi diversi.
In questi giorni ho iniziato a leggere Leadership consapevole di Lorenzo Manfredini
… e io? Che tipo di leader sono? Come nutrire questo nuovo e piccolo seme di consapevolezza? Quali sono i miei punti di forza e come posso trasmetterli agli altri?
Sono sicura che alla fine di questo libro troverò le risposte che cerco. Nel frattempo, vivo il mio viaggio così com’è: a volte confuso, ma per la maggior parte entusiasmante. Sento che, per la prima volta dopo anni di performance in un vortice di doveri e risultati, posso concedermi anche di entrare in quello spazio interiore, di restarci, assaporando la vita come un sorso di ice wine.