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'Su un binario morto, come prosegue il viaggio?' di Mauro Ortelli

27/2/2026

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​Il destino a volte ci fa arrivare, inaspettatamente, ad un binario morto.
La vita sembra trascorrere secondo uno schema consueto. Tanti problemi da risolvere, certo, ma anche gioie e nuovi sogni.
Si attraversano periodi in cui ci si arrabatta per portare a termine un progetto, o si avanza con più fatica nel vivere quotidiano.
Ma il futuro è là, in qualche modo ci aspetta.
Poi, all’improvviso, una sequenza di eventi, una svolta improvvisa, e ci si trova in un luogo che non era scritto sulla nostra mappa, oltre non c’è più viaggio.
Un veloce evolvere dello stato di salute, la febbre, il dolore che cresce sempre più fino a diventare insopportabile.
Poi l’annuncio del medico che non lascia scampo.
Com’è stato possibile capitare qui così velocemente?
Ora che cosa si fa?
Come si organizza il tempo che rimane?
Che cosa si lascia alle persone amate?
Per le persone vicine è, a loro volta, come un forte terremoto: le sicurezze di prima sono state sbriciolate, il terreno su cui si poggiavano i piedi ora è del tutto instabile.
Inizia la frenesia del cercare aiuto, una strada da percorrere nella direzione di una guarigione, seppur miracolosa.
Si arriva a spendere qualsiasi cifra per una speranza.
Ma se il viaggio veramente si interromperà a breve?
Esiste una maniera sapiente per affrontare la fine della vita terrena?
Esiste un modo sensato, cioè pieno di senso, per chi è accanto ad una persona amata che ci lascerà, senza impazzire di dolore?
Vorremmo trattenerla con tutte le nostre forze, e invece ci tocca lasciarla andare, ma come riuscirci?
In questo lutto – prima che sopraggiunga morte – le domande fanno scintille nella testa e nel cuore, si cercano risposte ma nessuna è accoglibile, le risposte stanno a zero.
Nell’esperienza del counselling, come si accompagna la persona morente, e come si elabora il lutto?
La presenza sembra essere un punto centrale.
Poter condividere emozioni autentiche.
La relazione diventa uno spazio umano reale davanti alla morte.
Accogliere – senza giudizio – rabbia, disperazione, negazione.
Permettere alla persona di essere ciò che è, anche quando ciò è scomodo per familiari o curanti.
E quando poi giunge il trapasso?
Potrebbe essere utile approfondire gli studi di Elisabeth Kübler-Ross (1926-2004), di cui si celebrerà quest’anno il centenario della nascita, e l’esperienza degli hospice.
Ad esempio, ha delineato uno schema del lutto (La morte e il morire, Cittadella Ed., 2014) che prevede cinque fasi: negazione (shock/rifiuto), rabbia, contrattazione (patteggiamento), depressione (dolore/consapevolezza) e accettazione.
Anche don Luigi Verdi da molti anni si è trovato ad avere a che fare con questi temi, in particolare con il dolore più grande, cioè per un genitore affrontare la morte di un figlio o una figlia.
Per questo è nato il gruppo Naín, che si ritrova mensilmente alla Pieve di Romena.
Nell’esperienza di don Luigi Verdi è importante abitare le domande, perché cercare risposta, sia nell’elaborazione psicologica del lutto, sia spiritualmente tramite preghiere e messe, significa girare comunque attorno al dolore, che continua a prendere vigore.
Per accompagnare le persone che vivono un lutto, lui dice:
«Abitare la domanda vuol dire camminare, piangere, sognare, sperare con loro.»
«Chi muore ha ancora un’energia immensa che si diffonde ovunque. Chi non c’è più manda mille messaggi a chi resta. Se sei attento, li cogli.»
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