Riflessioni di una estate: perché non portare il coaching tra i banchi di scuola?
L’estate, per chi vive e lavora nel mondo della scuola, è sempre un tempo sospeso. È il momento in cui le aule si svuotano, il silenzio prende il posto del brusio dei ragazzi e, finalmente, c’è spazio per tirare le somme. Qualche anno fa, in queste settimane di pausa, mi sono ritrovato a riflettere a lungo su un paradosso dei nostri tempi. Oggi si parla continuamente di coaching: c’è il Life Coach per i momenti di stallo e il Business Coach per i manager in carriera per esempi. Ma c'è una domanda che continua a ronzarmi in testa: perché aspettiamo che le persone diventino adulte e magari già strutturate nelle loro insicurezze, prima di offrire loro questi strumenti? Perché pochi parlano di coaching per gli studenti?
La mia esperienza con i ragazzi mi dice che è proprio durante l’età evolutiva, in particolare negli anni cruciali del liceo, che un approccio del genere farebbe la differenza. I ragazzi di oggi non hanno solo bisogno di accumulare nozioni o di ricevere risposte calate dall'alto. Affrontano l'ansia del giudizio, la ricerca della propria identità e la paura del futuro.
La vera svolta, ed è l'aspetto che trovo più affascinante, sta nel lavorare con loro per mostrare una nuova possibilità: quella delle domande aperte. Invece di imboccarli con soluzioni pronte, il coaching li allena a guardarsi dentro. Attraverso le domande possiamo fare in modo che riflettano anche su quelle che sono state le nostre esperienze di adulti, ma senza che queste vengano calate dall'alto come un cibo assoluto e unico per le loro vite.
Quando poniamo a un adolescente le domande giuste, scatta qualcosa di potente: lo stimoliamo a pensare in modo autonomo, attivando le sue risorse personali. Accompagnarli in questo percorso significa dare loro la fiducia necessaria per capire che loro stessi possono e devono arrivare alla soluzione migliore per la propria vita.
Portare il coaching nella scuola significa proporre questo cambio di paradigma fin dall'età evolutiva:
• Allenare l'autoconsapevolezza prima che si radichino la paura del fallimento o il timore del giudizio altrui.
• Valorizzare l'autonomia, trasformando le sfide quotidiane da ostacoli insormontabili a problemi che i ragazzi sanno risolvere da soli, attingendo al proprio bagaglio unico.
Se vogliamo davvero formare esseri umani liberi e pronti a muoversi nel mondo, dobbiamo iniziare quando il terreno è più fertile.
Queste riflessioni mi hanno lasciato una certezza: il coaching non dovrebbe essere un lusso per pochi, ma una possibilità di fioritura personale fin dai banchi di scuola.
L’estate, per chi vive e lavora nel mondo della scuola, è sempre un tempo sospeso. È il momento in cui le aule si svuotano, il silenzio prende il posto del brusio dei ragazzi e, finalmente, c’è spazio per tirare le somme. Qualche anno fa, in queste settimane di pausa, mi sono ritrovato a riflettere a lungo su un paradosso dei nostri tempi. Oggi si parla continuamente di coaching: c’è il Life Coach per i momenti di stallo e il Business Coach per i manager in carriera per esempi. Ma c'è una domanda che continua a ronzarmi in testa: perché aspettiamo che le persone diventino adulte e magari già strutturate nelle loro insicurezze, prima di offrire loro questi strumenti? Perché pochi parlano di coaching per gli studenti?
La mia esperienza con i ragazzi mi dice che è proprio durante l’età evolutiva, in particolare negli anni cruciali del liceo, che un approccio del genere farebbe la differenza. I ragazzi di oggi non hanno solo bisogno di accumulare nozioni o di ricevere risposte calate dall'alto. Affrontano l'ansia del giudizio, la ricerca della propria identità e la paura del futuro.
La vera svolta, ed è l'aspetto che trovo più affascinante, sta nel lavorare con loro per mostrare una nuova possibilità: quella delle domande aperte. Invece di imboccarli con soluzioni pronte, il coaching li allena a guardarsi dentro. Attraverso le domande possiamo fare in modo che riflettano anche su quelle che sono state le nostre esperienze di adulti, ma senza che queste vengano calate dall'alto come un cibo assoluto e unico per le loro vite.
Quando poniamo a un adolescente le domande giuste, scatta qualcosa di potente: lo stimoliamo a pensare in modo autonomo, attivando le sue risorse personali. Accompagnarli in questo percorso significa dare loro la fiducia necessaria per capire che loro stessi possono e devono arrivare alla soluzione migliore per la propria vita.
Portare il coaching nella scuola significa proporre questo cambio di paradigma fin dall'età evolutiva:
• Allenare l'autoconsapevolezza prima che si radichino la paura del fallimento o il timore del giudizio altrui.
• Valorizzare l'autonomia, trasformando le sfide quotidiane da ostacoli insormontabili a problemi che i ragazzi sanno risolvere da soli, attingendo al proprio bagaglio unico.
Se vogliamo davvero formare esseri umani liberi e pronti a muoversi nel mondo, dobbiamo iniziare quando il terreno è più fertile.
Queste riflessioni mi hanno lasciato una certezza: il coaching non dovrebbe essere un lusso per pochi, ma una possibilità di fioritura personale fin dai banchi di scuola.