Era il 17 aprile 2018 quando ricevetti quel messaggio da Milena: “5 maggio lancio con il paracadute!”. Domanda secca: “Dove???????”. Risposta: “Molinella”.
Mi informai fin da subito e appresi che il volo prevedeva un lancio da quota 4000/4200 metri con una caduta libera di 60 secondi a oltre 200 km/h per poi affrontare 7 minuti circa di discesa a vela aperta.
In quei 15 giorni che precedevano il grande salto l’eccitazione era massima, la percezione del pericolo lontana, probabilmente ovattata in quella sensazione inconsciamente consolatoria di chi conosce bene i tempi di attivazione dell’adrenalina. A tre giorni dall'evento, il copione improvvisamente cambiò: l'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una vibrazione più profonda e meno goliardica. L'ansia anticipatoria, con il suo corredo di dubbi legittimi, si presentò in tutto il suo 'splendore' per occupare la mia mente. Come un ospite ingombrante, iniziò a dipingere scenari dalle tinte scure, insinuandosi tra le crepe di quella leggerezza che mi aveva accompagnato fino a poco prima.
Timidamente cominciai a mettere in dubbio la fattibilità del lancio, visitando tutti i siti meteo immaginabili. Passai due giorni a pensare a improbabili statistiche su incidenti legati ai lanci con il paracadute e proiettare vividamente nella mia mente scenari tra i più catastrofici. L’eccitazione non esisteva più, era un ricordo lontanissimo, svanito. La sera della vigilia a Reggio Emilia pioveva ed io comincia a intravedere una piccola via di fuga per non dover rendere conto al mio orgoglio. La pioggia primaverile in quel momento mi parve una carezza dolcissima, tuttavia, non fu sufficiente a regalarmi il sonno.
Al mattino vidi una luce opaca, pallida filtrare dagli scuri e un messaggio sul cellulare: “Sei carico? Si va!”. Non ero carico, ma cominciavo a rassegnarmi. Il silenzio durante l’ora e mezzo di viaggio si presentò rumorosissimo almeno quanto il mio battito.
Una volta arrivato al campo, dopo alcune raccomandazioni fui trasportato in un campo ai piedi di un aeroplanino troppo piccolo. Tramite una cassetta della frutta appoggiata come gradino ai piedi del portellone, salii a bordo, trovandomi improvvisamente circondato da surfisti del vento con tuta alare. Il silenzio della compagnia fino a quota 300m fu palpabile, ma una volta superata la quota di non ritorno l’entusiasmo dei presenti esplose.
Ad uno ad uno si lanciarono fino a quando fu il mio turno in tandem con l’istruttore. Con il portellone aperto e le gambe penzoloni a 4.200 m di altitudine, una folata fortissima di vento portò via con sé il mio ospite ingombrante prima di precipitare nel vuoto. In pochi istanti mi resi conto di essere sospeso nel vuoto. Stavo volando... letteralmente. Fu l’esperienza più potente della mia vita, un’esplosione di libertà che fino a trenta minuti prima ero pronto a negarmi. Mi ero quasi arreso, condizionato da un’ansia che aveva disegnato scenari catastrofici e ombre impenetrabili. Solo una volta a terra, dopo aver goduto a pieno di quell’esperienza, mi resi conto di quanto siamo condizionabili: quelle pareti insormontabili e quei dubbi soffocanti non avevano mai avuto consistenza, erano solo proiezioni della mia mente, fantasmi svaniti davanti alla realtà di un orizzonte infinito e una sensazione di libertà presente in ogni cellula del mio corpo.
Mi informai fin da subito e appresi che il volo prevedeva un lancio da quota 4000/4200 metri con una caduta libera di 60 secondi a oltre 200 km/h per poi affrontare 7 minuti circa di discesa a vela aperta.
In quei 15 giorni che precedevano il grande salto l’eccitazione era massima, la percezione del pericolo lontana, probabilmente ovattata in quella sensazione inconsciamente consolatoria di chi conosce bene i tempi di attivazione dell’adrenalina. A tre giorni dall'evento, il copione improvvisamente cambiò: l'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una vibrazione più profonda e meno goliardica. L'ansia anticipatoria, con il suo corredo di dubbi legittimi, si presentò in tutto il suo 'splendore' per occupare la mia mente. Come un ospite ingombrante, iniziò a dipingere scenari dalle tinte scure, insinuandosi tra le crepe di quella leggerezza che mi aveva accompagnato fino a poco prima.
Timidamente cominciai a mettere in dubbio la fattibilità del lancio, visitando tutti i siti meteo immaginabili. Passai due giorni a pensare a improbabili statistiche su incidenti legati ai lanci con il paracadute e proiettare vividamente nella mia mente scenari tra i più catastrofici. L’eccitazione non esisteva più, era un ricordo lontanissimo, svanito. La sera della vigilia a Reggio Emilia pioveva ed io comincia a intravedere una piccola via di fuga per non dover rendere conto al mio orgoglio. La pioggia primaverile in quel momento mi parve una carezza dolcissima, tuttavia, non fu sufficiente a regalarmi il sonno.
Al mattino vidi una luce opaca, pallida filtrare dagli scuri e un messaggio sul cellulare: “Sei carico? Si va!”. Non ero carico, ma cominciavo a rassegnarmi. Il silenzio durante l’ora e mezzo di viaggio si presentò rumorosissimo almeno quanto il mio battito.
Una volta arrivato al campo, dopo alcune raccomandazioni fui trasportato in un campo ai piedi di un aeroplanino troppo piccolo. Tramite una cassetta della frutta appoggiata come gradino ai piedi del portellone, salii a bordo, trovandomi improvvisamente circondato da surfisti del vento con tuta alare. Il silenzio della compagnia fino a quota 300m fu palpabile, ma una volta superata la quota di non ritorno l’entusiasmo dei presenti esplose.
Ad uno ad uno si lanciarono fino a quando fu il mio turno in tandem con l’istruttore. Con il portellone aperto e le gambe penzoloni a 4.200 m di altitudine, una folata fortissima di vento portò via con sé il mio ospite ingombrante prima di precipitare nel vuoto. In pochi istanti mi resi conto di essere sospeso nel vuoto. Stavo volando... letteralmente. Fu l’esperienza più potente della mia vita, un’esplosione di libertà che fino a trenta minuti prima ero pronto a negarmi. Mi ero quasi arreso, condizionato da un’ansia che aveva disegnato scenari catastrofici e ombre impenetrabili. Solo una volta a terra, dopo aver goduto a pieno di quell’esperienza, mi resi conto di quanto siamo condizionabili: quelle pareti insormontabili e quei dubbi soffocanti non avevano mai avuto consistenza, erano solo proiezioni della mia mente, fantasmi svaniti davanti alla realtà di un orizzonte infinito e una sensazione di libertà presente in ogni cellula del mio corpo.