Avete mai pensato come ci si possa sentire all’interno di un cubo, dalle pareti trasparenti e luminose? Che cosa riusciremmo a vedere? Ne coglieremmo la sua interezza? Il suo bagliore probabilmente ci incuriosirebbe e saremmo portati a girare su di noi, cogliendo lato per lato, gli angoli dall’interno, alzeremmo la testa per ammirare il lato superiore, ci guarderemmo i piedi per cogliere la trasparenza della parete di appoggio.
Tutto bello, interessante ma … non riusciremmo a coglierne la visione d’assieme e, di conseguenza, la sua bellezza o anche quegli aspetti costruiti in modo meno perfetto.
E troveremmo assolutamente ovvio che sia così, perché “da dentro” non si riesce a vedere interamente ciò che invece risulta evidente “da fuori”.
Possiamo dire, banalmente – ma forse non proprio banalmente – che sia per una questione di “geometria” o, più precisamente, di “prospettiva”.
E allora, potremmo uscire dal cubo e, cogliendo le opportunità dei giochi prospettici, girargli attorno, allontanarci o avvinarci a piacere per coglierne meglio le caratteristiche: uno specifico solido con 6 facce quadrate, 12 spigoli, 8 vertici e con tutte le dimensioni di lunghezza, larghezza e altezza uguali.
Vi dice nulla tutto questo?
Non è forse ciò che accade col feedback?
Da soli non riusciamo a cogliere tutto ciò che siamo: imbrigliati dentro a noi stessi, facciamo fatica a vedere tanto i nostri punti forti quanto le nostre aree di miglioramento. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi da fuori, del contributo degli altri che da diversi punti di vista ci aiutino a comprendere come siamo percepiti, come appariamo se guardati da prospettive diverse. In poche parole, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere tutti i nostri lati, angoli, spigoli e dimensioni.
Ecco perché quando si parla di feedback si parla di un grande dono, da accogliere come un’opportunità per conoscerci meglio: un dono da parte di qualcuno che ha scelto di non tacere, ma di mostrarci quelle che prima erano nostre zone inaccessibile, nostre aree cieche.
Un punto di partenza imprescindibile per rafforzare la nostra consapevolezza e migliorarci, per giungere così ad una maggior trasparenza e autenticità nella relazione con noi stessi in primis, e anche con gli altri
Tutto bello, interessante ma … non riusciremmo a coglierne la visione d’assieme e, di conseguenza, la sua bellezza o anche quegli aspetti costruiti in modo meno perfetto.
E troveremmo assolutamente ovvio che sia così, perché “da dentro” non si riesce a vedere interamente ciò che invece risulta evidente “da fuori”.
Possiamo dire, banalmente – ma forse non proprio banalmente – che sia per una questione di “geometria” o, più precisamente, di “prospettiva”.
E allora, potremmo uscire dal cubo e, cogliendo le opportunità dei giochi prospettici, girargli attorno, allontanarci o avvinarci a piacere per coglierne meglio le caratteristiche: uno specifico solido con 6 facce quadrate, 12 spigoli, 8 vertici e con tutte le dimensioni di lunghezza, larghezza e altezza uguali.
Vi dice nulla tutto questo?
Non è forse ciò che accade col feedback?
Da soli non riusciamo a cogliere tutto ciò che siamo: imbrigliati dentro a noi stessi, facciamo fatica a vedere tanto i nostri punti forti quanto le nostre aree di miglioramento. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi da fuori, del contributo degli altri che da diversi punti di vista ci aiutino a comprendere come siamo percepiti, come appariamo se guardati da prospettive diverse. In poche parole, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere tutti i nostri lati, angoli, spigoli e dimensioni.
Ecco perché quando si parla di feedback si parla di un grande dono, da accogliere come un’opportunità per conoscerci meglio: un dono da parte di qualcuno che ha scelto di non tacere, ma di mostrarci quelle che prima erano nostre zone inaccessibile, nostre aree cieche.
Un punto di partenza imprescindibile per rafforzare la nostra consapevolezza e migliorarci, per giungere così ad una maggior trasparenza e autenticità nella relazione con noi stessi in primis, e anche con gli altri