Mediante il metodo E.M.O.S. (Esplorazione, Movimento, Osservazione, Sintonizzazione) di Lorenzo Manfredini, scopro come nascono le mie emozioni. Attraverso un viaggio, fatto di ascolto profondo, pause e silenzi, dove il corpo si trasforma in un alleato e a volte la mente diventa l’antagonista, perché come in tutti i viaggi non mancano mai gli intoppi fatti di resistenze e incomprensioni.
Sono le 3 di notte, le bambine erano stanche, pertanto, tutti a letto presto! Io ho già dormito cinque ore filate e sono sveglissima. Fuori c’è un fortissimo vento, mi trovo in un grande campeggio sulla riva del lago di Garda. Consapevole che non mi sarei più riaddormentata decido di uscire, sono in pigiama infilo il K-way le ginniche senza calzini, pensando di fare pochi passi all’aperto. Volevo ascoltare la voce del vento, cedere a quel richiamo, per quanto soffiasse minaccioso, ero attirata dall’aria frizzantina di quella notte. Apro la porta come lo farebbe Indiana Jones in “alla scoperta dell’isola perduta”. Con un sorriso stampato in volto alzo il cappuccio, mi guardo introno, tutto tace, non c’è in giro anima viva, o almeno spero. Dopo i primi metri mi si palesa davanti uno scenario nettamente differente da quello giornaliero, i preziosi alberi che offrivano riparo dal sole nelle ore più calde, ora al posto dei rami muovono numerosi tentacoli forzando le povere foglie verdi a cadere anzitempo. I lampioni situati alle mie spalle registrano, impietosi, qualsiasi movimento, rimandandomi gigantesche ombre, mi giro di scatto! Una parte di me vorrebbe tornare indietro, ma l’altra parte era impaziente di arrivare al lago per vedere quanto fosse arrabbiato. Davanti a me una scalinata quasi completamente buia, porta alla riva, mi chiesi perché fossi li, mi serviva proprio quel brivido? percorsi velocemente con la mente tutte le possibili variabili alle quali sarei andata incontro discendendo quella scala.
E La paura mi palesò davanti gli scenari più improbabili di attacco, una finta razionalità cominciò a vagare nella memoria in cerca di possibili strategie di difesa, in caso uno sconosciuto minaccioso sbucasse all’improvviso da quegli arbusti a lato della scalinata.
M Tornai quasi subito con la mente alla realtà, mi trovavo in un campeggio chiuso, al sicuro, era solo la paura a proiettare queste immagini. Discesi gli scalini uno ad uno come una ad una sentivo crescere le emozioni dentro di me. Il buio non è qualcosa alla quale sono abituata o perlomeno non in questo cotesto, ero a disagio e allo stesso tempo volevo essere lì, percepii il conflitto, sentii l’ansia e per finire la confusione provocata dalla somma delle due emozioni.
O I muscoli del mio corpo cominciarono ad irrigidirsi ma non mi opposi a quella forza. Ascoltarsi è una sfida, pensavo di essere sola con il buio, invece ero circondata da emozioni, chiesi alla paura di andarsene, supplicai l’ansia di allontanarsi, ma loro si strinsero ancor più forte a me, tanto da cambiare il mio respiro, probabilmente volevano dirmi qualcosa, avrei voluto avere la forza di ascoltarle, ma in quel frangente non ci riuscii.
S Arrivai alla fine della scala consapevole delle mie emozioni senza riuscire a farmele amiche, mi fermai, mi voltai, l’avevo terminata, ero arrivata giù! Che lunga quella scala vista dal basso! e che buia, ci sono passata in mezzo! pensai. Ci sono riuscita.
E.M.O.S. attraverso me, dentro il silenzio, in mezzo al buio, ascoltando la paura, lasciando libero il corpo, puntando all’obbiettivo, in compagnia delle mie emozioni.
Sorrisi al pensiero di essere la sola li, e mi interrogai sul motivo della mia scelta, quando avrei potuto benissimo leggere un libro in veranda o passeggiare in luoghi circoscritti e maggiormente illuminati! Ma il forte vento di quella sera aveva qualcosa da dirmi. Possibile non riuscisse a farsi sentire chiaramente, pur soffiando così forte? Oppure ero io a non voler ascoltare?! Ritornai alle mie emozioni che a quel punto mutarono: arrivò la soddisfazione, la pienezza e con un po’ d’orgoglio, mi lasciai pervadere da quel sapore mite, dal profumo delle onde che sbattevano violente sugli scogli nebulizzando sul mio viso. È questo che voglio dalla vita! Sentirla sulla pelle, io sono terra, aria, acqua. Quel rumore al quale ero abituata fino a qualche anno fa ora è diventato un frastuono insopportabile, stava spegnendo il fuoco della mia anima, in extremis sono riuscita a salvarla. Quella scalinata? La mia ancora di salvataggio, come le mie fughe settimanali nel bosco, salvagenti che mi danno la possibilità di tornare ad una dimensione più umana.
Sono le 3 di notte, le bambine erano stanche, pertanto, tutti a letto presto! Io ho già dormito cinque ore filate e sono sveglissima. Fuori c’è un fortissimo vento, mi trovo in un grande campeggio sulla riva del lago di Garda. Consapevole che non mi sarei più riaddormentata decido di uscire, sono in pigiama infilo il K-way le ginniche senza calzini, pensando di fare pochi passi all’aperto. Volevo ascoltare la voce del vento, cedere a quel richiamo, per quanto soffiasse minaccioso, ero attirata dall’aria frizzantina di quella notte. Apro la porta come lo farebbe Indiana Jones in “alla scoperta dell’isola perduta”. Con un sorriso stampato in volto alzo il cappuccio, mi guardo introno, tutto tace, non c’è in giro anima viva, o almeno spero. Dopo i primi metri mi si palesa davanti uno scenario nettamente differente da quello giornaliero, i preziosi alberi che offrivano riparo dal sole nelle ore più calde, ora al posto dei rami muovono numerosi tentacoli forzando le povere foglie verdi a cadere anzitempo. I lampioni situati alle mie spalle registrano, impietosi, qualsiasi movimento, rimandandomi gigantesche ombre, mi giro di scatto! Una parte di me vorrebbe tornare indietro, ma l’altra parte era impaziente di arrivare al lago per vedere quanto fosse arrabbiato. Davanti a me una scalinata quasi completamente buia, porta alla riva, mi chiesi perché fossi li, mi serviva proprio quel brivido? percorsi velocemente con la mente tutte le possibili variabili alle quali sarei andata incontro discendendo quella scala.
E La paura mi palesò davanti gli scenari più improbabili di attacco, una finta razionalità cominciò a vagare nella memoria in cerca di possibili strategie di difesa, in caso uno sconosciuto minaccioso sbucasse all’improvviso da quegli arbusti a lato della scalinata.
M Tornai quasi subito con la mente alla realtà, mi trovavo in un campeggio chiuso, al sicuro, era solo la paura a proiettare queste immagini. Discesi gli scalini uno ad uno come una ad una sentivo crescere le emozioni dentro di me. Il buio non è qualcosa alla quale sono abituata o perlomeno non in questo cotesto, ero a disagio e allo stesso tempo volevo essere lì, percepii il conflitto, sentii l’ansia e per finire la confusione provocata dalla somma delle due emozioni.
O I muscoli del mio corpo cominciarono ad irrigidirsi ma non mi opposi a quella forza. Ascoltarsi è una sfida, pensavo di essere sola con il buio, invece ero circondata da emozioni, chiesi alla paura di andarsene, supplicai l’ansia di allontanarsi, ma loro si strinsero ancor più forte a me, tanto da cambiare il mio respiro, probabilmente volevano dirmi qualcosa, avrei voluto avere la forza di ascoltarle, ma in quel frangente non ci riuscii.
S Arrivai alla fine della scala consapevole delle mie emozioni senza riuscire a farmele amiche, mi fermai, mi voltai, l’avevo terminata, ero arrivata giù! Che lunga quella scala vista dal basso! e che buia, ci sono passata in mezzo! pensai. Ci sono riuscita.
E.M.O.S. attraverso me, dentro il silenzio, in mezzo al buio, ascoltando la paura, lasciando libero il corpo, puntando all’obbiettivo, in compagnia delle mie emozioni.
Sorrisi al pensiero di essere la sola li, e mi interrogai sul motivo della mia scelta, quando avrei potuto benissimo leggere un libro in veranda o passeggiare in luoghi circoscritti e maggiormente illuminati! Ma il forte vento di quella sera aveva qualcosa da dirmi. Possibile non riuscisse a farsi sentire chiaramente, pur soffiando così forte? Oppure ero io a non voler ascoltare?! Ritornai alle mie emozioni che a quel punto mutarono: arrivò la soddisfazione, la pienezza e con un po’ d’orgoglio, mi lasciai pervadere da quel sapore mite, dal profumo delle onde che sbattevano violente sugli scogli nebulizzando sul mio viso. È questo che voglio dalla vita! Sentirla sulla pelle, io sono terra, aria, acqua. Quel rumore al quale ero abituata fino a qualche anno fa ora è diventato un frastuono insopportabile, stava spegnendo il fuoco della mia anima, in extremis sono riuscita a salvarla. Quella scalinata? La mia ancora di salvataggio, come le mie fughe settimanali nel bosco, salvagenti che mi danno la possibilità di tornare ad una dimensione più umana.