Torno da due giorni intensi di formazione a Capo d’Orlando, Messina, dentro il corso “Dal fare al prendersi cura”.
E torno un po’ stanco, sì. Ma anche spannato. Inebriato dalla bellezza dei luoghi, dalla forza degli incontri, dalla densità delle vite che si sono sedute insieme.
A volte bastano poche parole per sentire il peso delle fatiche e, nello stesso tempo, la possibilità dei futuri.
Bastano pochi sguardi per riconoscere quanta stanchezza attraversa chi lavora ogni giorno nella cura domiciliare, nei servizi, nelle relazioni difficili, nei bisogni che non sempre hanno voce.
E bastano pochi sorrisi, quando sono veri, per deporre per un momento le armi della fatica, della fretta, dell’abitudine, e tornare a immaginare gesti più umani: per sé, per l’utente, per il collega, per la cooperativa, per il sistema.
In questi due giorni siamo partiti da una formazione “di classe” e siamo arrivati al cerchio. Al fuoco. Alla casa. Alla persona.
Perché prendersi cura non è soltanto fare bene una mansione. È imparare a vedere. È riconoscere bisogni, limiti, fragilità, risorse. È dare voce e dignità a ciò che spesso resta muto sotto la pressione del lavoro quotidiano.
Un grazie sincero a Giusy Galipò, organizzatrice e ispiratrice di questo percorso, capace di tenere insieme visione, concretezza e passione.
Grazie ad Antonino Mazzone, Primario, per la presenza e il contributo autorevole. Grazie a Michele Stornello, Direttore sanitario, per lo sguardo di servizio. Grazie a Maurizia Pambianco, tutor attenta e preziosa. E grazie a tutte le persone presenti, perché ogni volto ha portato un pezzo di esperienza, domanda, fatica e possibilità.
Come Direttore Scientifico, porto via la conferma che la formazione più vera non aggiunge soltanto competenze. Apre spazi. Rimette in circolo fiducia. Fa nascere progettualità.
E, soprattutto, ci ricorda che ogni sistema di cura resta vivo solo quando le persone che curano non vengono dimenticate.
Grazie alla cooperativa, ai professionisti, agli operatori e a tutti coloro che ogni giorno trasformano il servizio in presenza.
Perché tra il fare e il prendersi cura c’è un passaggio sottile. Ma quando accade, cambia tutto.
E torno un po’ stanco, sì. Ma anche spannato. Inebriato dalla bellezza dei luoghi, dalla forza degli incontri, dalla densità delle vite che si sono sedute insieme.
A volte bastano poche parole per sentire il peso delle fatiche e, nello stesso tempo, la possibilità dei futuri.
Bastano pochi sguardi per riconoscere quanta stanchezza attraversa chi lavora ogni giorno nella cura domiciliare, nei servizi, nelle relazioni difficili, nei bisogni che non sempre hanno voce.
E bastano pochi sorrisi, quando sono veri, per deporre per un momento le armi della fatica, della fretta, dell’abitudine, e tornare a immaginare gesti più umani: per sé, per l’utente, per il collega, per la cooperativa, per il sistema.
In questi due giorni siamo partiti da una formazione “di classe” e siamo arrivati al cerchio. Al fuoco. Alla casa. Alla persona.
Perché prendersi cura non è soltanto fare bene una mansione. È imparare a vedere. È riconoscere bisogni, limiti, fragilità, risorse. È dare voce e dignità a ciò che spesso resta muto sotto la pressione del lavoro quotidiano.
Un grazie sincero a Giusy Galipò, organizzatrice e ispiratrice di questo percorso, capace di tenere insieme visione, concretezza e passione.
Grazie ad Antonino Mazzone, Primario, per la presenza e il contributo autorevole. Grazie a Michele Stornello, Direttore sanitario, per lo sguardo di servizio. Grazie a Maurizia Pambianco, tutor attenta e preziosa. E grazie a tutte le persone presenti, perché ogni volto ha portato un pezzo di esperienza, domanda, fatica e possibilità.
Come Direttore Scientifico, porto via la conferma che la formazione più vera non aggiunge soltanto competenze. Apre spazi. Rimette in circolo fiducia. Fa nascere progettualità.
E, soprattutto, ci ricorda che ogni sistema di cura resta vivo solo quando le persone che curano non vengono dimenticate.
Grazie alla cooperativa, ai professionisti, agli operatori e a tutti coloro che ogni giorno trasformano il servizio in presenza.
Perché tra il fare e il prendersi cura c’è un passaggio sottile. Ma quando accade, cambia tutto.